Draghi avoca a sé l’economia ma non lascia a mani vuote i partiti. La bussola di Ocone

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È un governo tecnico-politico, anzi più politico che tecnico ma presieduto da quel super tecnico in dotazione alla Repubblica che è Mario Draghi, quello che apre la seconda parte della legislatura più “pazza” e improbabile del mondo. Non si poteva fare di più, data la situazione in atto. La democrazia è stata rispettata. E il nostro sgangerato Paese dimostra di avere ancora qualche anticorpo per reagire al declino

È un governo tecnico-politico, anzi più politico che tecnico ma presieduto da quel super tecnico in dotazione alla Repubblica che è Mario Draghi, quello che apre la seconda parte della legislatura più “pazza” e improbabile del mondo. Nella sua composizione troviamo esponenti dei partiti che già si erano provati sotto i due governi presieduti da Giuseppe Conte (Cinque Stelle, Lega, Partito Democratico, Italia Viva), ma anche di quel partito-cerniera che è al suo esordio in maggioranza in questa legislatura ma che è sempre più importante nella dialettica europea in quanto afferente al gruppo dei popolari. Mi riferisco a Forza Italia che entra con tre suoi esponenti di peso quali Renato Brunetta, Mara Carfagna e Maria Stella Gelmini.

I nomi scelti fra le forze della nuova maggioranza delineano un contorno preciso al loro interno: sono stati scelti i più europeisti, posiamo dire: Brunetta e Carfagna, appunto, per Forza Italia; l’affidabilissimo e pragmatico Giancarlo Giorgetti per la Lega; Luigi Di Maio per un Movimento Cinque Stelle che, pur essendo il primo partito della maggioranza, sembra uscire alquanto ridimensionato dalla partita (ci sono Stefano Patuanelli, Federico d’Incà e il “tecnico d’area” Roberto Cingolani).

Anche se, confermato al Ministero degli Esteri, Di Maio può dire di essersi completamente ripreso in mano il partito, mettendo fine ad ogni velleità in questo senso di Giuseppe Conte. Il quale è, insieme in qualche misura a Beppe Grillo, e sicuramente a Nicola Zingaretti, il vero sconfitto di questa partita, come simbolicamente dimostra il dicastero affidato a quel Vittorio Colao che, pur essendo stato indicato per la “ripartenza” da Sergio Mattarella, non fu mai fino in fondo accettato dall’ex premier.

E in effetti è sull’economia che il governo presieduto da Draghi segna la più forte discontinuità: la presenza di un grand commis come Renato Franco al posto di Gualtieri è di per sé significativa, insieme alle tecnicalità specifiche del nuovo premier. Riconfermati, come si immaginava, Dario Franceschini alla Cultura e Luciana Lamorgese agli Interni, entrano due suertecnici sperimentati come Enrico Giovannini alle Infrastrutture e Marta Cartabia alla Giustizia. Controversa è sicuramente la conferma di Roberto Speranza alla Salute: non per la serietà dell’uomo, indubitabile, ma per la sua concezione troppo prudenziale, ad avviso di chi scrive, della pandemia. Erika Stefana e Massimo Garavaglia completano la squadra della Lega, mentre il Pd piazza il suo vicesegretario Andrea Orlando.

Riepilogando, mi sembra di poter dire che è un governo ove le forze politiche non possono dirsi sacrificate ma sono state trattate senza tener conto dei rapporti di forza fra di loro (eccezion fatta forse per Italia Viva che vede confermata solo Elena Bonetti). Esse saranno quasi accompagnate per mano dal premier verso una loro maturazione politico-istituzionale, in vista di una futura e auspicabile alternanza. Proprio perché i partiti non sono stati mortificati, si può dire che Mario Draghi si assume da una parte la funzione di una sorta di “facilitatore” istituzionale nei loro confronti e dall’altro avoca a sé e ai suoi uomini la gestione dell’economia e dei soldi del Ricovery Found. Come governo di transizione, di “unità e salvezza nazionale”, un buon compromesso. Non si poteva fare di più, data la situazione in atto. La democrazia è stata rispettata. E il nostro sgangerato Paese dimostra di avere ancora qualche anticorpo per reagire al declino.