«Donald Trump si comporta come il leader di una setta che lo venera»

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«Donald Trump si comporta come il leader di una setta che lo venera»

C’è chi l’ha definita un “culto”. Si tratta della frangia radicale che ha preso in ostaggio il Gop e ha trasformato la base del partito conservatore americano in un movimento a immagine e somiglianza di Donald Trump. Una folla policroma e variegata – culturalmente come pure geograficamente – che l’ex presidente è riuscito a fondere in un “popolo”. Il suo. Dai Proud Boys ai suprematisti, dai complottisti agli integralisti religiosi, fino ad arrivare alla gente comune sedotta dal suo messaggio.

A teorizzare il «culto trumpiano» è Janja Lalich, professoressa emerita di sociologia presso la California State University, Chico. Fondatrice del Center for Research on Influence and Control, è una autorità in materia di controllo coercitivo ed estremismo ideologico.

«Trump si comporta come il leader di una setta», ci dice quando la sentiamo. «Richiede fedeltà, punisce gli sleali. Non era mai accaduto nulla di simile nel nostro Paese». Non in queste proporzioni. «La sua retorica eccita gli animi. Dice ai suoi: “Non ascoltate le notizie, ascoltate me”. Non so se si possa parlare di un credo, ma ritengo che i seguaci percepiscano il concetto di Maga (Make America Great Again) come la loro propria personalissima ideologia. In realtà rendere l’America di nuovo grande, significa per loro farla diventare di nuovo bianca». Certo, ci sono anche persone di colore e minoranze tra i supporter, «ma si tratta di quantità sparute».


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Secondo la studiosa i fedelissimi costituiscono il 40% circa del bacino elettorale. L’orda rabbiosa che lo scorso 6 gennaio si è riversata sul Campidoglio, profanando il luogo più sacro della democrazia statunitense, ne è stata l’espressione più plastica. «Patrioti», secondo Trump, difensori della libertà e della democrazia. La comunità Maga era arrivata a Washington, chiamata a raccolta per «mettere fine al furto» elettorale, sovvertendo il risultato delle presidenziali e la vittoria di Joe Biden. Cinque morti, sede del Congresso vandalizzata, decine di arresti e l’espulsione del presidente Trump da molte piattaforme social, incluso Twitter: un bilancio che ha fatto vacillare le coscienze dei conservatori moderati, ma ha corroborato sdegno e delusione tra i sostenitori. Molti dei quali convinti che i disordini siano scoppiati per colpa di presunti infiltrati Antifa.

L’ultimo atto di una presidenza senza precedenti. Ma il trumpismo non si dissolverà magicamente. Le idee restano, radicate non soltanto nei gruppi estremisti, ma attecchite profondamente in molti che prima dell’era Trump si definivano semplicemente repubblicani.

«In una setta la mente delle persone è completamente chiusa», spiega Lalich. «Diventa difficile avere una discussione razionale, i membri sono sempre sulla difensiva. Pensate alla disinformazione disseminata da Trump. Nonostante i suoi seguaci non vivano in una comune, usano internet e i vari social media. È così che si rafforzano a vicenda».


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Difficile distinguere sapori e colori in questo calderone assai fondo. Il comune denominatore è la convinzione che l’America sia in pericolo e che l’unico in grado di salvarla sia il loro campione, ostacolato dai poteri forti. Tra le fila dei devoti c’è tanta gente comune. Famiglie, anziani, giovani. Molti sono militanti pro-life profondamente credenti. Ai raduni i paramenti sono convenzionali: cappelli rossi, immancabili bandiere americane brandite con fierezza, avvolte a mo’ di mantello o declinate in maglie e felpe. La maggioranza non indossa la mascherina, una presa di posizione più che politica, ideologica visto che tra i pilastri del trumpismo c’è la certezza che la pandemia sia un’invenzione architettata per controllare la popolazione. Il male dei mali, però, per tutti resta l’incubo di una deriva socialista, rappresentata dall’ala radicale del partito democratico.

Ma c’è dell’altro. «Trump ha risvegliato gruppi che si stavano organizzando da anni», sottolinea la sociologa. «Ha dato loro il permesso di agire. Ed ovviamente li abbiamo visti chiaramente in azione il sei gennaio».

Come i Proud Boys, l’organizzazione armata fondata nel 2016 a cui Trump rivolse l’oramai famoso appello «stand back and stand by», state indietro, ma siate pronti; i Boogaloo Bois con le camice hawaiane, le milizie armate, i nostalgici confederati, le declinazioni far-right. Non manca un pulviscolo di influencer estremisti. E i complottisti di QAnon, regolari delle piazze virtuali e reali di Trump, dove divulgano teorie secondo cui l’élite di potere criminale – composta da democratici, ma anche da traditori repubblicani – aderirebbe ad un culto satanico dedito alla pedofilia. Un “deep state” del quale farebbero parte gli odiatissimi Hillary Clinton e Barack Obama, ma anche gli immancabili Bill Gates e George Soros. Proprio lo sciamano di QAnon Jake Angeli – copricapo di pelliccia, corna e volto dipinto con i colori della bandiera – è diventato la personificazione più teatrale dell’assalto al Congresso.

«Tra gli elettori di Trump ci sono anche tante persone per bene, sconvolte dai fatti di Capitol Hill», avverte Lalich. «Non tutti rientrano nella categoria degli estremisti». I devoti, tuttavia, disprezzano i cosiddetti Rino, i repubblicani “in name only”, solo di nome perché troppo moderati e aperti al dialogo con i democratici.

«La base gli crede perché Trump parla la sua lingua. Durante l’assalto al Congresso ha ribadito alla sua gente: vi amo, siete speciali, brave persone». Insomma ha continuato a farli sentire bene. «Ha dato loro l’impressione che qualcuno li rappresentasse da una posizione di potere». Una protezione che questi gruppi non avevano mai avuto prima. «Erano sempre stati ai margini. Le loro istanze non erano mai state rappresentate prima. Almeno dagli anni Sessanta quando abbiamo avuto il movimento per i diritti civili, il femminismo, il black power. Se prima erano gruppi marginali, ora sentono di far parte di un movimento di massa».


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Si informano su media conservatori come ad esempio il sito Newsmax. Preferiscono Parler a Twitter. Si sintonizzano ancora su Fox News, l’emittente conservatrice americana, ma scansano le trasmissioni che risultano troppo moderate; prediligono quelle condotte da celebrità dalla retorica incendiaria come Sean Hannity, Tucker Carlson o Laura Ingraham. In generale diffidano quasi in toto dei media tradizionali. Schivano network televisivi, giornali e giornalisti, considerati detestabili latori di fake news. Sono invece fedelissimi dei popolari speaker radiofonici di estrema destra come Rush Limbaugh.

«Credo che gli estremisti torneranno nell’ombra da cui sono emersi. In generale, però, si tratta di un problema a lungo termine», osserva la professoressa Lalich. «Occorre una sorta di programma di istruzione nazionale, che insegni agli americani ad esercitare nuovamente il pensiero critico. Il processo di decadimento era iniziato già negli anni Cinquanta. Oggi molti non leggono più neppure un libro». L’imperativo è quello di cercare il confronto. «Non dobbiamo condannare, dobbiamo dialogare, altrimenti questa ferita diventerà sempre più profonda e duratura».

Una ferita aperta, visto che quasi l’80% dei settantaquattro milioni di elettori repubblicani crede – nonostante la mancanza di prove concrete – che le elezioni presidenziali non siano state completamente regolari. Intanto, l’inizio del secondo processo di impeachment contro l’ex presidente – stavolta per aver incitato l’insurrezione – fa da apripista a nuovi possibili momenti ad altissima tensione. Donald Trump è uscito dalla Casa Bianca, ma di certo non di scena.