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Digitale, l’era dello scontro tech Il futuro secondo Accenture

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di Fabio Savelli07 lug 2020

Digitale, l'era dello scontro tech Il futuro secondo Accenture

Il mondo post-pandemico ha inaugurato plasticamente l’era del tech–clash. Non sempre il futuro tecnologico porta il consumatore dove vuole andare e i tecno-resistenti prendono consistenza. Denunciano le storture dell’era dei dati, la violazione frequente della privacy, fustigano la visione centrata sugli algoritmi delle piattaforme come unici caleidoscopi delle scelte di vita, di consumo, di lavoro. Secondo la multinazionale della consulenza Accenture la pandemia ha accelerato questo impatto. Dirompente. Che porta molti a prefigurare un futuro costruito su una contrapposizione tra guelfi e ghibellini, tra i tecno-ottimisti e luddisti tecnologici.

Tra i fautori della distruzione creatrice e i tecno-fobi impauriti dall’impatto dell’intelligenza artificiale, della robotica industriale, del cloud computing che assurge ad ultimo depositario del petrolio di questo secolo: i nostri dati, di proprietà dei grandi colossi tech come Amazon, Microsoft, Google, Alibaba. Oggi ad esempio l’esigenza di localizzare le persone e raccogliere dati sanitari per tracciare la diffusione del virus sta complicando in modo esponenziale il dibattito. La necessità di affrontare un problema globale di salute pubblica apre un nuovo fronte nel divario già crescente tra i valori delle persone e il valore dell’impresa.

Dice Fabio Benasso, amministratore delegato di Accenture Italia, che il lockdown e le misure di contenimento hanno completamente ridisegnato il nostro modo di vivere e lavorare. A conti fatti il sistema delle aziende ha tenuto ma l’impatto tecnologico del digitale sta completamente ridisegnando i modelli organizzativi di lavoro, più delle strategie dei migliori chief innovation delle imprese. Non si può non notare che la tecnologia è stato il collante, con le reti, i router, con i modem, con i vpn, che hanno disaccoppiato il lavoro, al di là dei cicli produttivi e dei consumi che hanno per forza subito un contraccolpo.

Lo smart-working è decollato e ora siamo tutti alla ricerca di un equilibrio. Un bilanciamento tra le esigenze organizzative e quelle individuali, senza demonizzare il lavoro da remoto tanto meno esaltarlo come a panacea di tutti i mali. Stanno cambiando le supply chain globali, si va verso un mondo di de-globalizzazione economica, forse di macro-globalizzazione regionale dis-investendo dal concetto di Cina fabbrica del mondo. L’esito è quello che Benasso definisce come la stella polare di ogni ragionamento: ogni soggetto economico deve garantire la continuità del business.

Il mondo della moda e del lusso, che ha in sé incorporato da anni il tema delle filiere globali, si trova profondamente a ripensarsi immaginando un nuovo retail. Più calibrato sull’ecommerce e sui servizi più che sui prodotti. I negozi probabilmente dovranno essere ripensati, ispirati alla centralità del cliente.

Come è necessario immaginare lo Stato nel cloud, per diventare attrattivo come polo di innovazione. Gli esperti concordano una ripresa dei consumi, perché c’è voglia di un ritorno alla vita normale, con una straordinaria attenzione alla sostenibilità delle filiere e al tema dell’economia circolare che rischia di penalizzare il fast fashion delle grandi catene. Quel che è certo è che siamo entrati in una nuova normalità e i tecno-resistenti potrebbero aumentare a dismisura se i perdenti della de-globalizzazione dovessero essere di più di quelli (pochi) della globalizzazione.

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