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Decreto semplificazioni, il blocco per il duello tra alleati sugli appalti

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Rischia di slittare alla prossima settimana il decreto legge Semplificazioni. Nonostante l’ennesimo vertice, ieri mattina, restano contrasti nella maggioranza, in particolare sugli appalti e sulla riforma dell’abuso d’ufficio mentre ci sono ancora strascichi dello scontro che ha portato allo stralcio delle norme sul condono edilizio. E neppure la lunga riunione del preconsiglio dei ministri di ieri pomeriggio è riuscita a sciogliere tutti i nodi. L’impegno personale del presidente del Consiglio non è bastato. Giuseppe Conte aveva invitato i capi delegazione della maggioranza, riuniti ieri intorno a mezzogiorno a Palazzo Chigi, a fare in fretta, anche per mandare un segnale alla commissione europea sulla capacità del governo di sbloccare gli investimenti pubblici: un argomento da usare nella difficile trattativa sul piano europeo di interventi (Next generation Ue) dal quale Conte spera di ottenere consistenti trasferimenti a fondo perduto. È il momento di «osare», ha detto il premier nel vertice, spingendo per una convocazione del consiglio dei ministri già oggi, massimo domani per dare il via libera al testo di 48 articoli che semplifica gli appalti.

Conte media

Conte ha provato a mediare tra le diverse posizioni, tenendo fermo l’affidamento diretto dei lavori per gli appalti fino a 150mila euro di valore e proponendo una articolazione della trattativa ristretta per quelli superiori: coinvolgimento di 5 imprese per gli appalti fino a 350 mila euro, di 10 per quelli da 350mila euro a un milione e di 15 per i lavori fra un milione e la cosiddetta soglia europea (circa 5,2 milioni di euro). Riservando le gare solo alle opere più grandi, ma con la possibilità di derogare ricorrendo al commissariamento su determinati lavori individuati con Dpcm, cioè con decreti della presidenza del Consiglio. Una soluzione, questa, sulla quale spingono il Movimento 5 Stelle e Italia viva, al punto da chiedere un elenco da allegare allo stesso decreto delle opere da realizzare secondo il «modello Genova» seguito dopo il crollo del ponte Morandi, ovvero in sostanziale deroga al codice degli appalti. E che invece non convince il Pd. Non a caso il capogruppo alla Camera, Graziano Delrio, è intervenuto per ricordare, sulla scia della relazione annuale che proprio ieri il presidente dell’Anac, Francesco Merloni, ha svolto in Parlamento, che nel 2019 gli appalti hanno registrato una crescita record sia in numero (12mila in più sul 2018) sia in valore ( 30 miliardi) mentre «nessun beneficio è arrivato dal decreto Sblocca-cantieri», a riprova che «non sono le regole del codice appalti a bloccare i cantieri mentre è vero l’esatto contrario».

Norme edilizie

Ma la discussione si è accesa anche sulla riforma del reato di abuso d’ufficio. L’articolo 17 della bozza lo circoscrive alle sole ipotesi dove i comportamenti del funzionario siano difformi da regole che non prevedono margini di discrezionalità. Obiettivo: eliminare l’aleatorietà della formulazione attuale che spinge molti funzionari allo «sciopero della firma» nel timore di incorrere in inchieste della magistratura. Italia viva, che pure è favorevole a riformare l’abuso d’ufficio, ha però chiesto di stralciare l’articolo 17 perché sarebbe stato scritto ad personam per le sindache grilline di Roma e Torino, Virginia Raggi e Chiara Appendino, coinvolte in inchieste. Infine Leu, che pur apprezzando l’eliminazione dalla bozza delle norme che avrebbero introdotto nuove forme di condono edilizio, sostiene che ne restano di «inaccettabili, come quelle che consentono le ricostruzioni in deroga, senza mantenere le stesse sagome», dice Loredana De Petris. Tensioni e conflitti che Conte spera vengano presto superati, grazie anche al positivo incontro, ieri pomeriggio, con il leader del Pd, Nicola Zingaretti. Altrimenti, come ha ammonito nel vertice, «se il decreto viene annacquato, spolpato, allora niente consiglio dei ministri».

2 luglio 2020 (modifica il 3 luglio 2020 | 08:25)

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