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Decreto Liquidità, lo spaccato di un paese fragile.Ecco chi ha chiesto i 25 mila euro

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Il RAPPORTO


di Nicola Saldutti10 lug 2020

Decreto Liquidità, lo spaccato di un paese fragile.Ecco chi ha chiesto i 25 mila euro
Il ministero dell’Economia e delle Finanze

Ci sono i numeri della cassa integrazione. Dei bonus erogati alle partite Iva. E poi ci sono i prestiti, quelli che con il decreto liquidità sono stati erogati per affrontare l’emergenza, prima fino a 25 mila euro, poi a quota 30 mila. È uno spaccato del Paese, delle sue ferite. E di come sta tentando di reagire. In qualche caso persino puntando sul futuro. Un numero: 67.661 richieste sono arrivate dalle start up. Da società che con i loro progetti e le loro iniziative punta su un nuovo inizio. «È la fotografia di un Paese colpito che cerca di resistere e ripartire. A guardare la distribuzione geografica di può vedere come gran parte dei prestiti siano stati richiesti al Nord, in Lombardia in particolare. Ma anche al Sud ci sono segnali. Un’operazione emergenziale di debito, che sta consentendo a circa 500 mila imprese di sopravvivere. A condizioni date il governo non poteva fare di più. Certo, non può bastare. Il Covid è stato l’analista del Paese, ha detto la verità sulla sua struttura produttiva, sulla sua fragilità e una capacità di resilienza incredibile», spiega Massimiliano Cesare, presidente del Mediocredito Centrale, la banca del Tesoro che sta gestendo questo fondo rischi garantito al 100% dallo Stato. «In tre mesi ha dato il meglio di sé, realizzando il lavoro equivalente di 15 anni».

Il 49% al Nord

Ecco alcuni numeri: 11 miliardi erogati finora, il 49% al Nord, il 22,9% al Centro e il 28% al Sud. Prima la Lombardia, che ha concentrato il 18,6%, seguita dall’Emilia Romagna (10%) e dal Lazio (8,9%). La città con le maggiori richieste? Roma che da sola rappresenta il 6,8% del totale. L’importo medio del prestito è pari a 53,4 mila euro. «È molto importante vedere le dimensioni delle imprese richiedenti, che fotografa la struttura dell’impresa italiana dove la gran parte è rappresentata da quelle più piccole, l’89% delle richieste è arrivata dalla microimprese», sottolinea Cesare. I piccolissimi imprenditori, dunque. Mentre le piccole sono al 9,7% e le medie non superano l’1,2%.

Ma quali sono i settori che soffrono di più? Commercio, ristorazione e costruzioni rappresentano una richiesta su due. Dunque, la fragilità si concentra nei settori nei quali i consumi sono crollati e la capacità di investimento pubblico e di avvio delle opere è molto rallentata. «In questa fase il problema non è di idee, tutte benvenute. Ma del fatto che c’è troppa distanza tra le idee e la loro implementazione. La madre di tutte le riforme è accorciare questa distanza», aggiunge Cesare. «Il tema dell’emergenza resta centrale: ma serve un luogo di riflessione lungimirante. Dove pensare il domani e il dopodomani. Bisogna fare in modo che lo Stato si doti di un organismo di futuro. Non un advisor estemporaneo ma strutturato. Un luogo che ci aiuti a capire come cambiano i flussi. Tecnologie, infrastrutture, come si muovono i partner esteri. Un pensiero trasversale».

Iri sì o no

La riflessione approda all’Iri? «Gli slogan non servono, la questione non è Iri sì o Iri no, certo, la lungimiranza delle persone che fecero l’Iri senza dubbio sì. Bisogna non sottovalutare i segnali di povertà educativa che stanno arrivando. Soprattutto dal Sud. Bisogna invece coinvolgere i giovani, i migliori talenti nella macchina dello Stato. Perché non pensare che i giovani più preparati non debbano pensare di fare uno stage al Mef o a Palazzo Chigi? La semplificazione può iniziare anche così. Con energie nuove».

Ancora i numeri: il commercio al dettaglio rappresenta il 16,6% del totale, seguito dalla ristorazione, con il 12,6%. Naturalmente nel trimestre è incorporato il periodo di lockdown assoluto, dunque bisognerà vedere cosa sta accadendo con la riapertura. Un dato è particolarmente significativo: nei cantieri i lavori di costruzioni specializzati vengono realizzati da imprese piccole e queste hanno chiesto i prestiti da 30 mila euro fino all’89%. «Ci siamo accorti di quanto le filiere produttive stiano soffrendo. Il rapporto tra i fornitori e le imprese di maggiori dimensioni è decisivo. I tempi di pagamento rallentati influiscono sulla sostenibilità economica delle imprese».Avete appena rilevato la Popolare di Bari, volete creare la banca del Sud? «Si tratta di una responsabilità enorme, in Puglia non si poteva lasciare aperta un’altra ferita, insieme al dramma dell’Ilva. Parlamento e governo hanno fatto uno sforzo incredibile che ci carica di una grande responsabilità».

Popolare Bari

Ma serve davvero una banca al Sud? «Rispetto al Mezzogiorno i dati parlano di una tendenziale desertificazione. Provo con una metafora: nel deserto ben vengano anche i bar, ma serve soprattutto far crescere le piante. Che al sud si chiamano capitale umano e infrastrutture. Ecco, bisogna pensare a questo tipo di progetti», aggiunge. Però ci sono le start up a far immaginare qualche segnale positivo, hanno chiesto in media 18 mila euro e un totale di 1,24 miliardi per i loro progetti e le donne. Anche qui la fotografia del Paese: soltanto l’1% delle richieste viene da imprenditrici. Che in gran parte stanno rinegoziando posizioni debitorie precedenti. «Ora che l’emergenza è entrata nella fase 3 la riflessione da fare è come accompagnare queste imprese in progetti finanziari più evoluti. Come sostituire il finanziamento d’emergenza nella possibilità di recuperare quote di mercato, di crescere. Questo sarà il nostro compito». E lo smart working? «Non bisogna confondere la digitalizzazione, necessaria, con lo smart working. Ben venga questo cambiamento nell’emergenza ma può diventare un pericolo. Se il 50% della forza lavoro è a casa le imprese avranno bisogno di meno spazi. Attenzione che il confine tra la parsimonia e la povertà è labile. Anche qui serve una riflessione. Con il metodo Ciampi: verificare chi fa cosa. E in quanto tempo»

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