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Da non escludere il ritorno: ecco come Donald Trump prepara la rivincita

Sulla lapide della tomba di Franco Califano, scomparso nel 2013, secondo le ultime volontà del cantautore, vi è il seguente epitaffio: non escludo il ritorno. Che corrisponde anche al titolo di una delle sue canzoni più recenti. Una frase simile potrebbe essere usata a proposito di Donald Trump.

Per carità, l’ex presidente Usa non deve rientrare dall’aldilà, essendo ancora ben radicato in questa dimensione, ma potrebbe benissimo abbandonare, nel vicino 2024, l’attuale status, definiamolo erroneamente così, di pensionato illustre per tornare ad occupare lo studio più importante d’America e del mondo, ossia lo Studio Ovale.

Il quasi-annuncio alla convention Nra

La sua candidatura alle prossime elezioni presidenziali, a meno di qualche eclatante ripensamento, è già data per certa da molti osservatori, avendola in qualche modo annunciata lui stesso qualche giorno fa a Houston, durante l’intervento presso la convention della Nra, (National Rifle Association, l’organizzazione che agisce in difesa dei detentori di armi da fuoco negli Usa). Trump, nel corso di un lungo ed appassionato discorso che ha scaldato la platea, ha affermato di volersi riprendere, politicamente parlando e se, è ovvio, gli americani lo vorranno, la Casa Bianca.

La presenza del tycoon a Houston si è rivelata di duplice utilità. Trump ha potuto lanciare la ricandidatura per il 2024 da un evento autorevole, in America e non solo. E utilizzando un luogo più che appropriato come la kermesse organizzata dalla Nra, ha ribadito la sostanza dell’alternativa repubblicana all’approccio liberal e di quasi tutti i Democratici Usa, a cominciare da Joe Biden, sul diritto e sulla libertà degli americani di possedere armi da fuoco.

Chi vuole disarmare la gente perbene

Ad ogni tragico avvenimento in cui c’entrino pistole o fucili, come è stata la recente strage, terribile, di Uvalde in Texas, i Democratici d’oltreoceano rispondono sempre e solo in un modo, non particolarmente condiviso dall’America profonda, ossia invocando una stretta diffusa sulla possibilità dei cittadini di acquistare e detenere armi.

Mentre i Repubblicani hanno sempre difeso a spada tratta, anche prima dell’avvento di Trump, il Secondo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, che garantisce il diritto di possedere armi e che rappresenta un tratto identitario della storia e della cultura Usa a cui la maggioranza degli americani non intende rinunciare.

Donald Trump, durante la convention della Nra, ha rilanciato lo spirito più puro della concezione a stelle e strisce della libertà e della responsabilità. C’è anche del buonsenso in tutto questo perché è da illusi pensare di poter fermare i pazzi, i criminali, disarmando di fatto la gente perbene che si compra un’arma per esclusiva difesa. “L’esistenza del male nel nostro mondo non è un motivo per disarmare i cittadini rispettosi della legge“, ha affermato l’ex presidente.

Le leggi restrittive in tema di possesso di armi da fuoco colpiscono fatalmente, come accade in Europa, soltanto i cittadini onesti, i quali non si avventurano oltre al perimetro della legalità. Se lo Stato concede loro di difendersi, essi sono ben lieti di usufruire di un sacrosanto diritto, ma in caso contrario non cercano escamotage illegali. Il malvivente si procura invece il necessario in qualsiasi tipo di ordinamento, più o meno proibizionista.

Chi vuole fare del male conosce persone e luoghi presso i quali rifornirsi in barba a qualunque legge, e talvolta non ha neppure bisogno della polvere da sparo. Il ghanese Adam Kabobo, nel 2013 a Milano, uccise tre persone e ne ferì altre due con un piccone.

Gli elettori del 2016

Il tema della libertà individuale sul possesso di armi è molto sentito in America, ma ci sono anche altre ragioni che potrebbero permettere a Trump di ripetere il successo elettorale del 2016. Joe Biden, divenuto peraltro presidente mediante una vittoria che ha lasciato uno strascico notevole di dubbi, gode di una popolarità piuttosto scarsa.

Per quanto gli Stati Uniti patiscano meno, rispetto all’Europa per esempio, il riverbero negativo su costi ed approvvigionamenti energetici comportato dalla guerra in Ucraina, anche Oltreoceano si è alle prese con una inflazione che si fa sempre più sentire. Quel ceto medio arrabbiato ed impoverito, che nel 2016 scelse l’allora outsider Donald Trump, oggi è nuovamente insoddisfatto ed insicuro di fronte al galoppare del caro-vita, e potrebbe essere tentato a dare una seconda chance al tycoon newyorchese.

La presa di Trump sul Gop

Trump dovrà affrontare di nuovo le primarie del Partito Repubblicano, ma al momento, sebbene le cose possano anche cambiare da qui al 2024, non si vede una figura nel Gop più carismatica e popolare dell’ex presidente. Nel 2016 Trump veniva percepito come un corpo estraneo rispetto ai Repubblicani e ai conservatori tradizionali, ma con il tempo il legame fra il 45° presidente degli Stati Uniti e il partito dell’Elefante, sia a livello di vertice che di base, si è consolidato e fatto più stretto.

La guerra in Ucraina non sarà decisiva

Il sostegno americano all’Ucraina aggredita dalla Russia di Vladimir Putin non rappresenterebbe invece uno spartiacque significativo per l’eventuale riconferma di Biden o per un ipotetico ritorno di Trump alla Casa Bianca. Si dice che se ci fosse stato ancora Donald Trump alla guida degli Usa, Putin non avrebbe invaso l’Ucraina. Ciò può essere vero perché l’America di Joe Biden, ritirandosi in modo ignominioso dall’Afghanistan, ha dato un segnale di debolezza e Mosca ha colto l’attimo, ma si tenga presente che la condanna dell’invasione russa dell’Ucraina è giunta anche da Trump, e in più di un’occasione pubblica.

Tanto ai media mainstream quanto ai sodali, diretti e indiretti, di Putin, in questo le due categorie convergono, è piaciuto e piace descrivere l’ex presidente americano come un isolazionista d’altri tempi oppure un amico dei dittatori, ma se si tratta di tutelare la sicurezza del proprio Paese e dell’Occidente, anche Donald Trump è disposto ad uscire, per così dire, dai confini degli Stati Uniti. Ricordiamo l’uccisione del generale iraniano Qasem Soleimani, un personaggio chiave delle attività militari del regime iraniano all’estero e del programma nucleare di Teheran.

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