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ROMA – Un’intervista a Domenico Modugno, la scoperta del beat, la musica di Bob Dylan. Tre ingredienti diversi di una carriera ultraquarantennale di uno di quei cantanti che, si dice, andrebbero studiati a scuola con Francesco De Gregori e Bob Dylan. Compie oggi 80 anni Francesco Guccini, nato a Modena il 14 giugno 1940, da qualche anno ritiratosi a Pavana, dov’è cresciuto con i nonni paterni, in provincia di Pistoia. Qui trascorrerà il giorno della sua festa: “Sono nato 4 giorni dopo l’entrata dell’Italia nella seconda guerra mondiale- ha detto il Cantautore – e oggi sono il primo Guccini in famiglia ad essere arrivato a compiere 80 anni. Cosa farò il giorno del mio compleanno? Niente in particolare. Starò nella mia Pavana, dove passerò anche l’estate e andrò a cena con mia moglie Raffaella. D’altronde il momento che stiamo vivendo, questa assurda pandemia, non ci permette di fare diversamente”.

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Da oltre 40 anni nel mondo della musica, il suo debutto ufficiale risale al 1967 con l’LP Folk beat n. 1: nella sua carriera ultraquarantennale ha pubblicato oltre una ventina di album. Ma è anche scrittore e sporadicamente attore, autore di colonne sonore e di fumetti; si occupa inoltre di lessicologia, lessicografia, glottologia, etimologia, dialettologia, traduzione, teatro ed è autore di canzoni per altri interpreti. Artista capace di unire tre generazioni, le sue canzoni sono veri e propri componimenti.

Il ‘Maestrone‘, così è chiamato, fino alla metà degli Anni 80 ha insegnato lingua italiana alla scuola off-campus bolognese del Dickinson College, un liberal arts college con sede centrale a Carlisle, Pennsylvania. Guccini suona la chitarra folk, ed è uno tra gli artisti con il maggior numero di riconoscimenti da parte del Club Tenco, con quattro Targhe, due Premi e un Premio Le parole della musica, cui si aggiungono vari altri premi e riconoscimenti.

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Nato quattro giorni dopo l’entrata dell’Italia nella Seconda Guerra mondiale, ha trascorso l’infanzia a Pavana, in provincia di Pistoia, dai nonni paterni: proprio qui, è tornato a vivere da qualche anno. In piena adolescenza imparò a suonare la chitarra, mentre dopo la scuola dell’obbligo lasciò Pavana per tornare a Modena. Dopo una fallimentare esperienza lavorativa in un collegio, muove i primi passi da giornalista alla Gazzetta di Modena: tra i suoi lavori, in un’esperienza che definirà “massacrante, 12 ore di lavoro per 20mila lire al mese”, spicca l’intervista a Domenico Modugno, esattamente 60 anni fa (aprile 1960). E fu proprio l’incontro con il cantautore pugliese a spingerlo a scrivere la sua prima canzone da cantautore, L’antisociale. Nel frattempo frequenta la facoltà di Magistero senza laurearsi.

Passano gli anni, scrive le prime canzoni, scopre il beat e Bob Dylan. E compose canzoni come Auschwitz, incisa con il titolo La canzone del bambino nel vento (Auschwitz), È dall’amore che nasce l’uomo, portate al successo dall’Equipe 84, che aveva già inciso L’antisociale a gennaio del 1966, e Noi non ci saremo, registrata invece dai Nomadi. Fecero infatti l’ingresso nella musica leggera in quegli anni anche Dodo Veroli insieme ad altri due ragazzi di Modena che da lì a poco diedero vita ai Nomadi. Guccini suonava dunque con i Nomadi da una parte e l’Equipe 84 dall’altra. Dopo una sua canzone scritta nel 1967, incisa da Gigliola Cinquetti e Caterina Caselli, arriva, nello stesso anno, il primo lavoro della sua carriera di cantautore, appunto Folk beat n. 1.

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Il disco ebbe un riscontro commerciale “praticamente nullo”, affermò Guccini. Contiene canzoni dagli arrangiamenti scarni e dai temi dolorosi come morte, suicidio, infimità sociale, l’Olocausto e guerra (appare anche un originale esperimento di talking blues ‘all’italiana’, stile che avrebbe poi ripreso in un successivo brano inserito in Opera buffa).

Tra le canzoni incise ci furono anche tre di quelle già portate al successo dai Nomadi e dall’Equipe 84: Noi non ci saremo, L’antisociale e Auschwitz ; quest’ultima verrà poi tradotta in inglese e riproposta con scarsissimo successo nel 1967 dall’Equipe 84 come lato B del 45 giri con 29th September, pubblicato solo in Gran Bretagna e, molti anni dopo, dal cantautore statunitense Rod MacDonald, nell’album “Man on the Ledge” del 1994. Furono comunque i Nomadi a portare al successo nello stesso anno quella che divenne una delle canzoni più note di Guccini: Dio è morto (fu pubblicata in contemporanea anche da Caterina Caselli, con delle differenze nel testo). Fu un brano dal testo “generazionale” che per l’universalità del suo contenuto superò ogni confinamento ideologico venendo elogiata addirittura da Papa Paolo VI (fu trasmessa da Radio Vaticana, benché a suo tempo censurata dalla Rai per blasfemia). Erano solo gli inizi di una carriera ultraquarantennale, che ha reso Francesco Guccini un poeta della canzone italiana.


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Toscana – dire.it

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