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Così la Tunisia voterà per Saied

Tunisi affronta un referendum costituzionale che potrebbe comportare profondi cambiamenti nel Paese. Kais Saied, dopo aver nei fatti sospeso la democrazia faticosamente conquistata con la Primavera Araba, ora si appresta a trasformare la Tunisia in un iper-presidenzialismo

Tanto quanto il 14 gennaio 2011 (data della caduta dell’autocrate Ben Ali) o il 26 ottobre 2014 (le prime elezioni libere dall’indipendenza), il 25 luglio 2022 può diventare un’altra data che segnerà la storia della Tunisia. Oggi, la deriva autoritaria intrapresa dal presidente Kais Saied lo scorso luglio prende un volto nuovo, costituzionale, con il voto referendario su un cambiamento della carta che tende ad accentrare su un uomo, il presidente appunto, pieni poteri. Si vota senza quorum, se il “sì” vince, la Tunisia sarà un Paese diverso.

La costituzione che sarà emendata è quella del 2014, uscita dalla stagione delle Primavere arabe (del 2011) che aveva portato alla rivoluzione contro Ben Ali e a far acquisire alla Tunisia il riconoscimento di unico esperimento riuscito di quel passaggio storico che ha toccato la regione Medio Oriente e Nord Africa. Domenico Quirico con la sua penna poetica parla sulla Stampa di “democrazia tradita” da una nuova costituzione che Saied si è “cucito addosso” per legittimare la sua presa sul potere.

Quelle proposte sono modifiche che guidano il Paese verso un iper-presidenzialismo dove né il Parlamento, né gli enti locali, né la Corte costituzionale, né la magistratura, appaiono come contropoteri rispetto alla figura del presidente. L’assenza di questi check and balances cancella la maggior parte dei guadagni democratici ottenuti nel 2014 e trasforma la Costituzione “da strumento di limitazione del potere, come è stata fin dalla fine del Settecento, a strumento per la legittimazione di un potere senza limiti”, come ha scritto su Avvenire la costituzionalista Tania Groppi (UniSiena).

Ma se a dieci anni dai moti pro-democrazia si è arrivati a questo “costituzionalismo autoritario”, una ragione c’è. Anche perché Saied nel piano che lo ha portato un anno fa esatto – il 25 luglio 2021 – a tagliare il Parlamento dal processo amministrativo, a sospendere il governo e arrogarsi l’accentramento dei poteri, ha trovato forse più consensi che opposizioni. Il processo, per quanto traumatico, non è stato violento, quasi accettato dai cittadini come una scelta, se non giusta, necessaria. Un recente sondaggio dice che l’81% dei tunisini preferisce un leader forte e il 77% è più interessato a un governo efficace che alla sua forma (dalle rilevazioni emerge che in generale per i cittadini arabi l’economia è considerata più debole sotto una democrazia).

Saied, eletto presidente il 23 ottobre 2019, s’è intestato il ruolo di “salvatore della patria” per tirarla fuori da uno stato di stallo politico, con i partiti impegnati in dispute per acquisire posti nei centri di controllo e poco attenti alle condizioni (in declino costante) del Paese. Per tornare sulle date, la situazione non è tanto diversa da quella che il 17 dicembre 2010 portò Mohamed Bouazizi, venditore ambulante ventiseienne, a darsi fuoco in mezzo alla strada di Sidi Bouzid. Fu il gesto che fece esplodere la protesta contro il sistema corrotto, contro l’inflazione, contro l’élite ai tempi rappresentata dal circolo del rais.

A distanza di una dozzina di anni, la Tunisia potrebbe essere il prossimo Paese a crollare economicamente, secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale (Fmi). Nel 2020 il Pil è precipitato del 9% (anche se nel 2022 si stima una crescita del 2,2%), la disoccupazione attualmente è vicina al 20 per cento. Nel 2012 il rapporto debito/Pil era sotto al 50%, nel 2020 ha sfiorato il 90%. Nel decennio democratico i partiti non sono stati in grado di migliorare le condizioni del Paese, è un dato di fatto, e su questo si è basata la consolidazione silenziosa del nuovo regime presidenziale di Saied.

La Comunità internazionale ha ben chiaro che il rischio di un collasso del Paese è più che realistico, e anche su questo si basa una reazione non eccessivamente aggressiva sulla mossa di Saied dello scorso anno. Ci sono state critiche, appelli e ammonimenti e denunce, ma Tunisi non è stata messa sotto misure speciali. La lettura pragmatica, cinica, da non rivelare pubblicamente, era che forse la cura iper-presidenziale avrebbe potuto raddrizzare il Paese.

Nella realtà, al di là di annunci e promesse, Saied ha finora ottenuto poco e la mossa referendaria per modificarsi la costituzione a piacimento ha scoperto le carte di quella che era iniziata come una decisione severa ma necessaria, quasi patriottica, per salvare il salvabile. Saied è un populista, e come tale ha in mente il consenso più delle necessità. Rafforzare la costituzione verso un iper-presidenzialismo serve a stringere il controllo del potere nel caso quel consenso ottenuto, che si basa sul 70% dei voti favorevoli ottenuti ai tempi delle elezioni, dovesse scemare (e scemerà, e sta scemando).

La crisi energetica e alimentare causata dalla guerra russa in Ucraina sta peggiorando una situazione che aveva già subito il colpo della pandemia. La Banca mondiale e l’Fmi stanno negoziando prestiti per 4,5 miliardi di dollari, ma chiedono condizioni. Vorrebbero che Saied (con cui dialogano ancora, nonostante la stretta autoritaria, a testimonianza che le istituzioni internazionali a guida occidentale non vogliono isolare la Tunisia) si muova per concludere alcune riforme strutturali.

Serve tagliare le pensioni subito. Serve ridurre i sussidi statali, anche quelli per energia e alimenti, ma il momento è pessimo per fare certe scelte. Significherebbe scontentare migliaia e migliaia di tunisini che hanno se non assorbito quanto meno accettato la mossa di Saied contestando l’inadeguatezza dei partiti. I sindacati – una realtà potente nel Paese – sono già sul piede di guerra. E Saied pensa al consenso, dicevamo. L’equilibrio è difficile.

Quando, dopo la pubblicazione della bozza costituzionale del 30 giugno, i sindacati si sono lamentati perché era troppo autoritaria ed era stata elaborata in segreto, da un ristretto gruppo di persone nominate dal presidente, in mancanza di qualsiasi trasparenza e partecipazione popolare, le organizzazioni inviavano un messaggio. Al di là del contenuto, chiedevano che per accettare certi passaggi fosse istituito un nuovo patto sociale. Ossia, Saied non può avere l’autorità e le riforme tutte insieme.

La consultazione pubblica online annunciata all’inizio dell’anno non è riuscita ad attirare un gran numero di tunisini, come detto sostanzialmente disinteressati – o forse più disillusi – alla forma del governo che li deve amministrare e desiderosi di veder migliorare le proprie condizioni di vita. Non ci sono mai stati criteri per definire l’approvazione pubblica del nuovo documento dello Stato. Molti partiti – come Ennahda, la grande componente islamista che ha ottenuto molti consensi nell’ultimo decennio – hanno chiesto il boicottaggio del voto, ma hanno avuto difficoltà anche nell’organizzare una reale opposizione. Sostanzialmente perché hanno perso parte del contatto con i cittadini.

Saied si sente chiaramente un “uomo del destino”, come lo ha definito l’analista Magdi Abdelhadi sulla BBC. Ha un modo di fare diverso dagli autocrati mediorientali, osserva Abdelhadi, perché si porta dietro un’aurea di autorevolezza legata alla sua carriera universitaria (professore di diritto) e la spinta data all’elezione presidenziale avvenuta in un Paese che quando lo ha scelto era ancora considerato (soprattutto dall’Occidente, spesso miope sulle reali dinamiche interne di certe regioni) come un progetto in compimento (o forse ne era più una speranza).

Parla in modo ponderato Saied, misura i discorsi usando un arabo classico che marca una determinazione ferrea. Saied non è contro la rivoluzione tunisina, almeno così ha sempre dichiarato, bensì si considera colui che deve “correggere” il percorso della rivoluzione stessa. Per salvarla, per renderla efficace. Ed è il termine “correzione” – tassheeh in arabo – che però è il meno rassicurante di tutta la sua narrazione, perché spesso nella politica araba questo desiderio di riordinare la storia in modo autoritario è stato accompagnato dalla parola tassheeh.

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