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Cosi la Cina può realizzare un blocco strategico su Taiwan

Soffocare l’isola di Taiwan senza sparare un solo colpo, fino a raggiungere lo scopo desiderato in un lasso di tempo difficilmente definibile: recidere ogni legame tra l’isola e gli Stati Uniti. La Cina potrebbe adottare questa strategia per risolvere la famigerata questione taiwanese, salita nuovamente alla ribalta in seguito alla visita a Taipei della speaker della Camera Usa Nancy Pelosi.

Da quando, lo scorso 24 febbraio, i carri armati russi hanno varcato le frontiere ucraine, molti commentatori occidentali hanno speso fiumi d’inchiostro per stendere improbabili parallelismi tra la mossa di Vladimir Putin in Ucraina e la possibile imitazione di Xi Jinping per Taiwan. Previsioni improbabili erano lo stesso cadute dal cielo per Hong Kong quando, nel corso del 2019, la Cina provò a proporre al governo locale un disegno di legge che avrebbe dovuto portare all’approvazione della National Security Law, in altre parole una legge sulla sicurezza nazionale hongkonghese contenente varie norme volte a vietare attività considerate sediziose o pericolose, e impedire interferenze esterne. Ci fu chi previde lo scoppio di una guerra civile, con Pechino costretta ad inviare l’esercito per riportare la calma. Alla fine non successe niente di simile. Tutto questo risvegliò migliaia di attivisti pro democrazia, ancora scottati dopo il pugno duro mostrato dalle autorità nei mesi precedenti, e provocò scontri violentissimi tra polizia e manifestanti.

Nel caso di Hong Kong, la Cina, contrariamente a quanto ipotizzato in Occidente, lasciò che l’onda delle proteste montasse e si abbattesse sugli scogli. Una volta neutralizzati – o comunque silenziati – gli attivisti più esposti (vedi Joshua Wong), e fatti trascorrere diversi mesi, a distanza di un anno il Dragone riuscì a centrare l’obiettivo desiderato. Nel silenzio più totale, con la pandemia di Covid-19 che nel frattempo si era imposta nelle agende dei governi, il 30 giugno 2020 il Comitato permanente del Congresso Nazionale del Popolo, il massimo organo legislativo cinese, approvò all’unanimità la citata legge per Hong Kong, entrata in vigore nel territorio lo stesso giorno, poco prima di mezzanotte. Niente carri armati, esercito o proiettili. È questo lo stesso modus operandi, con le dovute differenze frutto di due obiettivi decisamente diversi, che la Cina potrebbe impiegare per Taiwan.



Soffocare Taiwan

Il New York Times ha pubblicato un lungo articolo, corredato da molteplici infografiche e intitolato How China Could Choke Taiwan (Come la Cina potrebbe soffocare Taiwan). La Cina, ha scritto il quotidiano statunitense, starebbe affinando la sua capacità di bloccare Taiwan, nel tentativo di tagliare fuori l’isola autogovernata per poi prenderne il controllo. La road map che potrebbe portare il Dragone a completare la “riunificazione” di Taiwan è suddivisa da più step, e considera elementi strategici come i porti e gli aspetti geografici dell’isola.

Il primo aspetto da considerare, infatti, è che è proprio la geografia locale a rendere Taipei vulnerabile ad un blocco. La popolazione taiwanese, le sue industrie e i porti sono infatti concentrati sul fianco orientale, ovvero quello più vicino alla Cina. Chiarito questo concetto, quale potrebbe essere la prima mossa attuata dalla Repubblica Popolare nel caso in cui volesse veramente imporre un blocco su Taiwan?

Semplice: inviare navi e sottomarini per impedire a chiunque di entrare o uscire dai porti taiwanesi. E, al contempo, usare aerei da guerra e missili per prendere il controllo dei cieli. Poiché gran parte del traffico marittimo transitate attraverso lo Stretto di Taiwan approda ai porti di Kaohsiung e Taichung, nell’ovest dell’isola, anche un blocco limitato di Taipei minaccerebbe una delle rotte commerciali più trafficate al mondo. Con ripercussioni, va da sé, sull’intera economia globale.



L’antipasto della Cina

Nelle ultime settimane la Cina ha stretto i muscoli mettendo in atto poderose esercitazioni militari, programmate da prima che Pelosi visitasse Taiwan, ma prolungate per lanciare un chiaro messaggio a Washington. Ebbene, queste manovre potrebbero essere state un primo assaggio di un eventuale blocco taiwanese. Avevano lo scopo di intimidire Taiwan e gli Stati Uniti e, ha sottolineato il NYT, pure di mostrare come la Cina starebbe cercando di normalizzare la sua presenza nelle aree vicino all’isola, aumentando il rischio di eventuali conflitti.

Lo scenario generale è il segeuente. Al momento la Cina non ha probabilmente ancora raggiunto la capacità di poter invadere e conquistare rapidamente Taiwan. Pechino sta però continuando a modernizzare le sue forze armate, e ha sviluppato la più grande marina del mondo. Non solo: il Dragone potrebbe tentare di imporre un blocco per costringere Taipei ad effettuare concessioni, oppure come precursore di una più ampia azione militare. Se così fosse, la Repubblica Popolare potrebbe presto tentare di soffocare quella che considera la “provincia ribelle”, comprimendola all’interno di un anello di navi e aerei. A quel punto i taiwanesi si ritroverebbero tagliati fuori dal mondo esterno – fisicamente, digitalmente e pure economicamente – e non potrebbero far altro che accogliere l’abbraccio cinese.

The Science of Military Strategy è un libro di testo chiave per gli alti ufficiali dell’Esercito popolare di liberazione cinese. Edito dalla Military Science Publishing House, nelle sue pagine Taiwan non è mai menzionata ma appare chiaro come l’isola sia uno degli oggetti analizzati. Il volume, infatti, descrive un “blocco strategico” – e cioè quello che i cinesi potrebbero realizzare intorno a Taiwan – come un modo per “distruggere i collegamenti economici e militari esterni del nemico, degradarne la capacità operativa e il potenziale di combattimento e lasciarlo isolato e senza aiuti”.

L’utilità del blocco

La strategia del blocco, spiegano gli analisti, risulterebbe decisamente più utile rispetto ad una ipotetica invasione. Il motivo è semplice: il blocco consentirebbe alla Cina di stringere o allentare un cappio attorno a Taiwan in base a molteplici fattori. La flessibilità è dunque una delle chiavi che potrebbe spingere Pechino a soffocare l’isola progressivamente, non a colpirla direttamente.

Se, poi, diamo un’occhiata alle ultime esercitazioni cinesi, si può notare come in realtà queste non fossero state orchestrate per lanciare una prova su vasta scala. In un vero blocco, gli 11 missili lanciati da Pechino non avrebbero finito la loro corsa in mare perto, visto che erano progettati per colpire obiettivi terrestri e non navi. Il Dragone ha evitato di schierare le sue armi più avanzate e, ancora, ha sì sguinzagliato i suoi aerei, ma li ha fatti volare nei pressi di Taiwan e non sull’isola.

In un futuro non troppo lontano, quindi, la Cina potrebbe imporre un vero blocco su Taipei. Potrebbe optare per un blocco limitato, ad esempio controllando le navi dirette a Taiwan senza attaccarne i porti. Ma potrebbe anche farlo per poi sostenere un’invasione a tutto campo (ipotesi difficile, visti i contraccolpi di una mossa del genere). Fatto sta che, in un blocco completo, la Cina si affiderebbe a centinaia di navi e aerei, oltre ai sottomarini, nel tentativo di isolare porti e aeroporti taiwanesi e respingere possibili interventi statunitensi.

Per il controllo dei cieli e delle acque, Pechino si affiderebbe invece ad una serie di basi navali e aeree dislocate sulla costa orientale di fronte a Taiwan. Se la situazione dovesse mettersi male, inoltre, non dovrebbe essere escluso un tentativo cinese di colpire le basi Usa a Guam, in Giappone e in Corea del Sud. In ogni caso è bene non correre troppo. Anche perché la lezione di Hong Kong insegna. La Cina potrebbe fare qualcosa di molto simile anche a Taiwan. Il tutto senza sparare un colpo.

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