Cronaca

Coronavirus, il dramma di Cristina: «In rianimazione posti solo per i più giovani, così mio padre è morto»

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Coronavirus, il dramma di Cristina: «In rianimazione posti solo per i più giovani, così mio padre è morto»
I due uomini di Cristina: il marito, a sinistra, e il padre . Entrambi morti di covid-19

«È brutto da dire ma hanno dovuto lasciar morire mio papà, me l’ha detto chiaro l’anestesista: signora, ci spiace ma non possiamo metterlo in terapia intensiva perché dobbiamo fare posto ai più giovani. Quella sera lui continuava a dirmi Cristina non respiro, non ce la faccio, non respiro…».

La voce si rompe, il cuore sanguina. Sono i giorni tremendi di Cristina Magni, operaia metalmeccanica di 37 anni, bergamasca, che in due settimane ha perso il padre Giovanni e il marito Claudio, gli uomini di casa. Il destino è stato troppo crudele con lei, lasciandola sola con la sua unica figlia, una bambina di dieci anni. Erano in quattro in famiglia, sono rimaste loro due, peraltro chiuse dentro con l’obbligo della quarantena. «Fino a pochi giorni fa non potevano vedere nessuno, non siamo andate neppure ai funerali…».

L’incubo

Un mese da incubo, il loro. Tutto è iniziato il 2 marzo , quando suo padre, idraulico in pensione di 74 anni, ha iniziato ad ansimare nel loro appartamento di Brignano Gera d’Adda, fra i campi di grano della Bassa Bergamasca. Ambulanza, corsa in ospedale, ricovero in terapia semintensiva. «Gli hanno messo subito la maschera dell’ossigeno perché ne aveva proprio bisogno. Sono riuscita anche ad andare a trovarlo tre giorni dopo. L’ho potuto fare perché era in una cameretta. Sono stata lì tutto il pomeriggio, cinque ore, fino alle sette e mezza di sera. Gli ho promesso “papà torno alle 10 per fare la notte” ma alle nove mi hanno chiamato per dirmi che non ce l’aveva fatta…». Si ferma, sospira. «Ma almeno a lui sono riuscita a dire ti voglio bene».

Già, perché con il marito, Claudio Polzoni, appuntato dei carabinieri di 46 anni in forza al Comando provinciale di Bergamo, se si può, è andata anche peggio.

L’addio

Mentre qualcuno al cimitero seppelliva il padre e nelle valli bergamasche dilagava l’epidemia, è infatti rispuntato fra le mura di casa il nemico invisibile e sconosciuto. Questa volta toccava a Claudio, un omone che non aveva mai avuto problemi di salute. «Ha iniziato con una piccola febbre, alla quale lì per lì non abbiamo dato molto peso. Poi il peggioramento e quel respiro… Ho chiamato subito il pronto soccorso, il medico ha voluto sentire mio marito ma ha deciso che poteva rimanere a casa e così abbiamo fatto senza tanto discutere». Il virus stava aggredendo i polmoni dell’appuntato. «Dopo una notte da separati in casa, lui a dormire in camera, noi in salotto, il risveglio è stato brutto. Claudio faceva molta fatica a respirare. Ho richiamato in ospedale e allora hanno deciso di mandarlo a prendere».

Per le strade della Bergamasca era già un trambusto di ambulanze, di luci blu e di sirene. «Abbiamo fatto tutto molto in fretta. L’operatrice che mi faceva domande su di lui, sulle sue patologie. “Non ne ha”, ho risposto. Non c’è stato neppure il tempo di dirci qualcosa. Claudio ci ha solo guardato dalla barella e ci ha salutato con la mano. Non immaginavo che sarebbe stato un addio».

Il gelo

All’ospedale di San Donato Milanese l’hanno portato direttamente in terapia intensiva, senza passare da altri reparti. Intubato a pancia in giù. «Chiamavo lì per parlare con qualcuno, in reparto, in direzione sanitaria, ma non rispondeva nessuno. Poveri anche loro, presi da una cosa così grande. Io non potevo andarci perché dovevo stare in casa per la quarantena. Due tre volte mi ha telefonato il medico che ce l’aveva in cura. Mi diceva che la situazione non era semplice ma mi dava speranze. Voleva alleggerirgli la sedazione perché avevano visto dei piccoli miglioramenti. Poi c’è stato un vuoto di due giorni e, alla fine, la telefonata dell’anestesista che mi ha fatto crollare il mondo addosso: era morto». Ultimo giorno d’inverno, 19 marzo, per lei l’inizio di un grande gelo.

La cosa più difficile è stato dirlo alla bambina. «Si è messa a urlare, a piangere, non lo accettava, “non ci credo” “non è possibile”. Dopo due giorni è venuto il colonnello a casa nostra e le ha confermato tutto con parole dolcissime».

La bambina

Sono seguite settimane terribili. «Non potevo uscire, non potevo ricevere nessuno, non potevo portare la bambina a distrarsi dalla cuginetta. Tra l’altro non sapevo nemmeno se ero contagiosa perché non mi avevano fatto il tampone». Ora la quarantena è finita e il tampone l’ha fatto, anche se non conosce ancora l’esito. «Ma ho tanta paura… paura a uscire di casa, paura che mi succeda qualcosa., paura per mia figlia… chi penserà a lei se io sto male? La mia forza erano loro: Claudio e mio papà».

Il racconto è struggente: «La bambina era molto legata al papà. Lui era il buono, quello che diceva sempre sì… Ma devo dire che si sta dimostrando più forte di me, a volte è lei che mi sostiene. Ogni tanto canticchia senza pensarci i jingle come faceva con il papà, poi si accorge di me e mi chiede scusa. “Ma amore, non devi scusarti, se c’è da piangere si piange insieme”».

9 aprile 2020 (modifica il 9 aprile 2020 | 00:40)

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