Conte, Draghi e la farsa del voto anticipato. Parla D’Alimonte

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Tutti evocano il voto, nessuno davvero lo vuole, dice il politologo e direttore del Cise Roberto D’Alimonte. Conte? Vuole mettersi sulle orme di Prodi, una sua lista oggi difficilmente arriva in doppia cifra. Draghi? Arriverà ma solo in caso di catastrofe

Durerà un Natale e poco più la tregua armata del governo Conte-bis. Disinnescata la mina Matteo Renzi con un vertice a Palazzo Chigi, molte altre rimangono sul cammino della maggioranza. Mentre i venti di crisi soffiano sull’esecutivo, ecco riaffiorare dubbi e sussurrii sul futuro politico dell’uomo che lo tiene in piedi, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Leader di un (suo) partito o garante della coalizione? Deve davvero temere l’ombra di Mario Draghi? Lo abbiamo chiesto a Roberto D’Alimonte, politologo della Luiss Guido Carli e direttore del Centro italiano studi elettorali (Cise).

Professore, esiste o no un partito di Conte?

Non ora. Ma potrebbe forse materializzarsi in futuro.

Che prospettive avrebbe?

Non c’è dubbio che una lista Conte prenderebbe parecchi voti. Ma non proporzionali all’attuale livello di gradimento del presidente del Consiglio. Pensare il contrario sarebbe un errore commesso già da altri prima di lui. Non abbiamo una rilevazione certa sulla spendibilità elettorale del premier. Però credo sia difficile che una sua lista possa superare il 10%. Il campo dove si andrebbe a collocare è già parecchio affollato.

Conte ci sta facendo un pensiero?

Forse un pensierino ma nulla più. Vive alla giornata, si rende conto che, in questa fase, la sua figura è comunque indispensabile.

Un mediatore?

Un nuovo Romano Prodi. Come lui fu mediatore negli anni dell’Ulivo fra cattolici, socialisti e post-comunisti, così Conte prova a tenere insieme Pd e Cinque Stelle facendo da punto di riferimento per gli uni e per gli altri. Penso che piuttosto che puntare su una sua lista preferisca lavorare per aggregare le liste esistenti nel campo progressista. Anche se con un elettorato liquido come l’attuale una sua lista personale raccoglierebbe, come abbiamo detto, parecchi voti.

Liquido? L’elettorato democratico sembra abbastanza resiliente.

Ovviamente in tutti i partiti c’è un nocciolo duro. Per esempio nel caso del Pd corrisponde più o meno a quel 20% che gli attribuiscono i sondaggi. E questo vale anche per gli altri partiti. Tuttavia, rispetto alla Prima Repubblica, oggi la fetta di elettorato disponibile è molto più consistente. È un fenomeno che non scopriamo oggi e che l’arrivo sulla scena del M5S ha amplificato..

Perché il M5S ha avuto questo effetto?

Da quando il Movimento Cinque Stelle è sceso in campo nel 2013 ha scombussolato i giochi, cioè gli allineamenti elettorali. Presentandosi come partito anti-establishment, ha ricevuto voti da destra e sinistra, rompendo gli argini. E ha così allargato il campo degli elettori disancorati dai vecchi schemi e pertanto disponibili. Ha rivoluzionato il mercato elettorale che non ha ancora ritrovato un equilibrio stabile.

Torniamo al Pd. Perché non può fare a meno di Conte?

Non ha alternative. Il voto anticipato non è una alternativa. E io non vedo le condizioni nemmeno per un governo diverso. Chi sarebbe il nuovo presidente del Consiglio: un democratico o un pentastellato? Chi? C’è chi parla di un Conte ter. Ma sarebbe una operazione incomprensibile per la massa degli elettori. Tanto rumore per sostituire Conte con Conte in un momento in cui il Covid imperversa?

Eppure in tanti parlano di elezioni anticipate.

La realtà sta nei numeri. Tranne Salvini e Meloni tutti gli altri partiti hanno da perdere dal voto anticipato. Non scordiamoci dell’effetto del taglio dei parlamentari. Il M5S perderebbe due terzi dei suoi rappresentanti, Forza Italia sarebbe dimezzata. Per non parlare di Italia Viva che oggi ha due gruppi parlamentari e domani non ne avrebbe nessuno. E neanche il Pd starebbe tanto bene. Per il Pd e M5S ci sarebbe poi il problema aggiuntivo di come presentarsi davanti agli elettori se non cambia la legge elettorale.

Pd e Cinque Stelle riuscirebbero a presentarsi insieme?   

Non riescono a trovare un accordo tra di loro su candidature comuni a sindaco a Roma, Torino, Bologna, Napoli.  C’è da dubitare che riescano a trovarlo per le elezioni politiche. Col tempo magari ce la fanno, ma non ora.

Professore, tutti tirano per la giacca Mario Draghi. C’è chi lo vede a Palazzo Chigi, chi al Quirinale. È solo fiction?

Una persona seria come Draghi non può voler fare il premier con la maggioranza striminzita e rissosa che regge oggi il governo Conte. Potrebbe forse accettare di fare il “salvatore della patria” in un governo di larghissime intese nel caso in cui il Paese arrivi sull’orlo di una drammatica crisi economica e sociale. Dovrebbe verificarsi una congiuntura simile a quella che ha portato al crollo della IV Repubblica francese. Oggi non siamo in questa situazione.

Né c’è da augurarsela.

Certo. Anche se, temo, che solo una crisi drammatica possa avviare una riforma del sistema istituzionale di questo Paese. Come ho detto sopra penso alla Francia.

Perché?

La Francia è fragile politicamente come noi o peggio di noi. Ma ha due grandi differenze con l’Italia. Una burocrazia statale efficiente. E le istituzioni della Quinta repubblica, che hanno garantito stabilità politica in un Paese frammentato, polarizzato, ribelle.

Qual è il vero male italiano?

L’instabilità. Come si fa a governare bene con un governo che traballa continuamente? E non parlo solo del governo Conte. Parlo di un sistema dove i governi durano troppo poco per potere affrontare seriamente i problemi che ci affliggono. Governi che per la loro intrinseca fragilità passano più tempo a risolvere i problemi al loro interno invece che quelli del Paese. Come si fa a essere ottimisti sul fatto che governi simili possano sfruttare al meglio l’occasione storica rappresentata dai fondi della Next Generation Eu?