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Il virus resterà con noi almeno per un altro anno, circa. La pandemia porta con sé opportunità, ma anche trappole. Quattro azioni, tra lavoro, spesa e impresa, per guardare avanti

Calendario e bilancio vanno coordinati. Non farlo non danneggerà il calendario, ma i conti pubblici e privati. L’approccio caritatevole va bene per un poco, poi innesca la rovina. Ci sono opportunità che possono essere colte, nella condizione in cui ci troviamo, ma anche trappole in cui precipitare.

Se tutto va bene, a gennaio il mondo avrà le prime dosi di vaccino. Cambierà che si potrà disporre di un’arma vera, ma per il resto non cambierà niente. Sperando che l’Italia non fallisca il piano di vaccinazione, come si è colpevolmente sbagliato nella gestione del vaccino anti influenzale, e contando che, a breve, i vaccini anti-Covid dovrebbero essere diversi, nell’approssimarsi dell’estate il numero dei vaccinati potrebbe divenire consistente. Fin lì il resto della nostra vita, privata e pubblica, sentimentale e produttiva, resterà sotto il segno del virus. Per svoltare veramente sarà necessario non solo avere vaccinato la grandissima parte della popolazione, ma essere pronti a ripetere l’immunizzazione. Sicché, se tutto va bene, metteremo questo virus nel passato fra un anno circa.

Supporre di occuparlo promettendo e faticosamente erogando “ristori”, o praticando blocchi, è pura follia. La politica monetaria più che accomodante, che ha preso corpo fin dal 2012 ed è divenuta esclusiva da febbraio (a proposito, che fine hanno fatto quelli che: è colpa dell’Europa?), funge da antidolorifico. Ma se non se ne approfitta per correggere un sistema nel quale il 48.38% della popolazione non versa un centesimo di Irpef e solo il 58.2% prende parte (regolarmente) alla produzione, i dolori di domani saranno lancinanti.

Dobbiamo guardare a noi stessi del gennaio 2020, come eravamo prima del virus: l’Italia costretta alla competizione e che aveva accettato e gestito la globalizzazione andava bene; l’Italia protetta e sovvenzionata era già un peso insopportabile. Il virus ha portato con sé la velenosissima ipotesi di trasformare la prima nella seconda, già drogata di trasferimenti, redditi di cittadinanza e pensioni non basate sui contributi versati. Possiamo continuare con quest’andazzo, contando che il 2021 e parte del 2022 siano ancora coperti da antidolorifico, o possiamo approfittarne per smetterla d’ingannarci sul passato e riprenderci il futuro.

Il che comporta:

a) Lavorare seriamente alla qualificazione dei lavoratori, presenti e futuri, ergo non un solo giorno di fermo ozioso, formazione professionale, scuole e università, cosa che significa non aumentare la spesa per assumere altri presunti aventi diritto, ma investire nella didattica digitale vera e non il quel simulacro di videotelefonata che è la didattica a distanza fai da te;

b) Non spendere un centesimo per tenere in vita aziende che non sopravviveranno e posti di lavoro che resteranno improduttivi, ma concentrare le forze in ciò che già ci vedeva vincenti e che dobbiamo riuscire a far crescere;

c) Porre rimedio al caos dei poteri, con surreali dispute su chi fa cosa, finalizzate a che nessuno ne risponda, possiamo farlo mediante una riscrittura tecnica delle regole secondarie (ciascuna parte politica nomina un suo campione e i prescelti si confinano nel silenzio e produco un testo nel giro di un paio di mesi), o possiamo farlo più in grande, ponendo rimedio al bombardamento costituzionale che ha scassato la Carta, ovvero varando una legge costituzionale che fissi, assieme alle prossime legislative, l’elezione, proporzionale, di una ristretta convenzione ricostituente, che duri un anno, senza pensioni, senza altro potere che discutere e scrivere, i cui lavori siano automaticamente sottoposti a referendum;

d) Predisporre immediatamente un piano sintetico e dettagliato per l’indirizzo, la spesa, le modalità d’amministrazione e la rendicontazione dei fondi NGEU, in modo da concentrarsi su pochi grandi obiettivi ed evitando il ridicolo dei mille rivoli che comportano cinquecento sprechi, quattrocento incapacità di spesa e cento buoni risultati che costano dieci volte quel che dovrebbero.

Non c’è nulla che c’impedisca di riuscirci. Se non la misera insipienza di chi occupa la scena senza conoscere manco il titolo della commedia che si rappresenta.

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