Cina e 5G, così il governo ferma l’accordo Fastweb-Zte

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Il governo italiano il 4 dicembre ha fermato con il golden power un accordo per la fornitura di rete 5G tra Fastweb e la cinese Zte, accusata di spionaggio dagli Stati Uniti. In quella stessa settimana due convegni di Zte Italia con metà governo rossogiallo a presenziare. E il 10 dicembre il Ceo Hu lamentava “l’abuso” del golden power

Semaforo rosso. Il governo ha bloccato con il golden power un accordo fra Fastweb e l’azienda cinese Zte sulla fornitura di tecnologia 5G.

Lo scorso 4 dicembre, recita il dpcm, Palazzo Chigi ha disposto “l’esercizio di poteri speciali, con prescrizioni, nei confronti della società Fastweb Spa in relazione ad accordi con ZTE Italia Srl per l’acquisto di site router e la relativa componente di servizio di supporto tecnico tramite TAC (Technical Assistance Center) di III livello.

Si tratta del secondo stop a Fastweb sulla fornitura 5G di aziende cinesi. Lo scorso ottobre il governo italiano aveva infatti esercitato il golden power sull’acquisto di apparecchiature per le rete “core” di quinta generazione da parte di Huawei.

Entrambe le compagnie cinesi, tra i leader mondiali nella rete 5G, sono accusate di spionaggio per conto del Partito comunista cinese (Pcc) da parte del governo e dell’intelligence americana e lo scorso giugno sono state dichiarate “una minaccia per la sicurezza nazionale” da parte della Federal communication commission (Fcc). Il Copasir, il comitato parlamentare italiano di raccordo con l’intelligence, ha chiesto la loro esclusione dalla rete con un rapporto pubblicato nel dicembre del 2019, sollevando dubbi sull’obbligo di queste aziende a riferire al governo cinese per una legge sull’intelligence del 2017.

L’intervento del comitato di coordinamento assume una valenza politica non da poco. È il tempismo dell’operazione ad attirare l’attenzione. Sì perché, proprio alla vigilia della scure del golden power, metà governo rossogiallo era presente a una kermesse, “5G Italy”, di cui Zte era “platinum sponsor”. Una sfilata in forze dell’esecutivo, dai ministri Gaetano Manfredi (Università) e Francesco Boccia (Affari regionali) ai viceministri Stefano Buffagni (Mise) e Matteo Mauri (Interno) fino ai sottosegretari Alessandra Todde (Mise) e Angelo Tofalo (Difesa), che ha fatto non poco discutere in ambienti diplomatici oltereoceano.

Solo una settimana dopo, il 10 dicembre, un altro autorevole membro del governo, la sottosegretaria al Mise con delega al 5G Mirella Liuzzi (M5S), presenziava al maxi-evento di Zte, “Perché avere paura del 5G?”, insieme a una folta pattuglia di parlamentari di maggioranza e opposizione, oltre all’ad di Fastweb, Alberto Calcagno.

Una campagna di lobbying senza precedenti, mentre sullo sfondo l’azienda cinese veniva fermata da Palazzo Chigi. La domanda sorge allora spontanea: ministri e sottosegretari ne erano a conoscenza? È un quesito che merita di entrare nella verifica di governo natalizia. L’impressione è che la dirigenza di Zte fosse più informata. Al convegno sul 5G della settimana successiva Hu Kun, presidente Western Europe e ceo Zte Italia, si lamentava, “bisogna evitare l’abuso dello strumento golden power”.