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La denuncia di Vittorio Agnoletto: “La gran parte delle infezioni, oggi, avviene soprattutto in ambito lavorativo.È possibile che non si dica nulla al riguardo? Si tratta di un vulnus enorme, risultato della pressione esercitata sull’esecutivo da parte di Confindustria”

«Le misure sono ed erano necessarie». Il medico e attivista Vittorio Agnoletto parla del nuovo Dpcm del governo Conte, e dell’emergenza pandemia. Nel suo nuovo libro, Senza respiro ( Altreconomia edizioni) – i cui proventi saranno devoluti all’ospedale pubblico Sacco di Milano

Come giudica l’ultimo Dpcm del governo?

È arrivato in ritardo. Interviene sul tempo libero e di socializzazione delle persone, prende finalmente posizione sui mezzi pubblici, ma ignora totalmente il mondo del lavoro. La gran parte delle infezioni, oggi, avviene soprattutto in ambito lavorativo. Quanto sostenuto dall’Istituto Superiore di Sanità, ovvero che sia presente una trasmissione familiare, è una conseguenza, poiché il virus, in casa, lo portano coloro che escono a lavorare. È possibile che non si dica nulla al riguardo? Che, ad eccezione del commercio al dettaglio, tutto è rimasto aperto e non è stato potenziato il servizio delle Asl e della medicina del lavoro? Si tratta di un vulnus enorme, risultato della pressione esercitata sull’esecutivo da parte di Confindustria e Confcommercio. Come cittadino lombardo questo mi preoccupa molto: so dove ha portato la precedente pressione di Confindustria, ovvero nella mancata istituzione della zona rossa nel bergamasco. Negli ultimi cinque mesi abbiamo assistito a un combinato disposto dell’azione del virus da una parte e dell’assoluta latitanza dei vari livelli istituzionali dall’altra. Si sono buttati via cinque mesi: i servizi di medicina territoriale non sono stati rafforzati, sono aumentate le infezioni e, di conseguenza, con la medicina territoriale ridotta ai minimi termini, l’impatto sulle strutture ospedaliere. A questo punto, diventava necessario applicare misure restrittive, ma questo non rappresentava certo un destino obbligato. Se fosse stata attivata l’attività di epidemiologia, quella di sorveglianza sanitaria, se fossero state istituite in tutte le regioni le Usca ( Unità speciali di continuità assistenziale) – impiegate nella cura a domicilio di pazienti in una fase non ancora troppo avanzata della malattia, che in Regione Lombardia, in base alla legge, dovrebbero essere duecento ma ve ne sono meno di un terzo –, l’impatto non sarebbe retto interamente dalle strutture ospedaliere. Vivo in una regione dove i vaccini influenzali non sono disponibili perché le ordinazioni sono state fatte in ritardo, dove vi sono trenta dosi per di più di trecento pazienti, dove, con una circolare di poche ore fa, l’Ats avvisa tutti i medici di famiglia che viene sospeso il tampone al contatto perché non sono più in grado di farlo. Ciò vuol dire che gli asintomatici non vengono più individuati o controllati, si presta attenzione solo ai sintomatici. Equivale ad alzare bandiera bianca, asserragliarsi negli ospedali e aspettare che si consumi l’impatto con il virus. Quanto sta accadendo nella regione epicentro del’epidemia è una follia.

Nel suo libro lei analizza le cause remote e prossime che hanno impedito alla sanità italiana di reggere l’urto con il virus

C’è una causa strutturale, che riflette le scelte degli ultimi vent’anni e afferisce, indipendentemente dai governi che si sono succeduti, ai considerevoli tagli che sono stati fatti, a tutti i livelli, a spese del servizio sanitario nazionale, dai posti letto ospedalieri ai servizi territoriali. Nel 1981 – tre anni dopo la riforma sanitaria del 1978, ancora oggi in vigore – erano disponibili 531.000 posti letto pubblici, adesso circa 200.000. Un taglio pesantissimo, superiore al 50%. Oltre ai posti letto, è diminuito anche il numero di medici di famiglia in relazione alla popolazione ed è stata chiusa una grande quantità di servizi territoriali. Quando abbiamo dovuto affrontare la battaglia decisiva contro il virus il servizio sanitario era azzoppato. Siamo il Paese europeo che destina la percentuale più bassa di spesa sanitaria alla medicina preventiva. Il nostro servizio sanitario è ormai in parte pubblico, in parte rappresentato dal privato. Paradossalmente, la medicina privata ha come antagonista la medicina preventiva, riducendo essa il numero di persone che si ammalano. La medicina privata, di conseguenza, non è affatto interessata a partecipare alla medicina preventiva. La medicina preventiva che si convenziona con il servizio sanitario nazionale sceglie quegli ambiti più produttivi in termini di profitto ( gastroenterologia, epatologia, patologie croniche, alta chirurgia, ecc…), rinunciando ai dipartimenti di medicina d’urgenza o sui pronto soccorso. La regione ha sviluppato soprattutto l’utilizzo di alta tecnologia, offre terapie oncologiche innovative, è specializzata in interventi chirurgici complessi ma è invece totalmente impreparata ad affrontare un’epidemia che si trasmette da una persona all’altra attraverso comportamenti quotidiani.

Molte case farmaceutiche sono ormai passate alla fase 3 e l’annuncio dell’azienda Pfizer di un vaccino in sperimentazione la cui efficacia si attesta sul 90% ha sollevato un certo ottimismo. Sarà il fattore risolutivo dell’emergenza Covid- 19?

Sono preoccupato: si è innescato un meccanismo che promuove una pressione politico- mediatica nei confronti dei soggetti che stanno conducendo la ricerca e che spinge unicamente ad accelerare. Noi tecnici, invece, sappiamo che un vaccino, per poter essere sicuro ed efficace, ha bisogno di rispettare determinati criteri e tempi. Non è possibile bruciare le tappe. Tali pressioni possono produrre dei risultati pericolosi. Le aziende che stanno conducendo la ricerca, inoltre, giocano sugli annunci con due obiettivi, ambedue economici: aumentare il proprio peso dal punto di vista finanziario – e quindi in termini di quotazioni in borsa – e attirare su di sé gli investimenti degli Stati che vogliono i vaccini e delle fondazioni private coinvolte. Alcune aziende di Big Pharma, impegnate nella ricerca, hanno chiesto alla statunitense Fda – Food and Drug Administration, l’ente che autorizza l’immissione in commercio di farmaci e vaccini – di approvare, quando sarà il momento, un vaccino che abbia un’efficacia del 60%. Una cosa incomprensibile in termini di sanità pubblica. Normalmente, hanno un’efficacia del 95- 90% e raramente dell’ 85- 80%. Inoltre sarà disponibile in numero limitato: di fronte a un’epidemia dichiarata dall’Oms, le grandi aziende, anziché mettersi a collaborare e rinunciare a guadagni stratosferici, trovando quindi un accordo su un uso diverso dei brevetti – perché il problema è il brevetto: chiunque produca il vaccino, che viene riconosciuto in base agli accordi Trip’s sulla proprietà intellettuale dell’Organizzazione mondiale del commercio, ne ha per vent’anni il monopolio totale, con i guadagni che ne conseguono –, pur in presenza di diversi appelli internazionali, non hanno fatto nulla di tutto questo. Un gran numero di progetti di vaccini continuano il loro percorso uno in concorrenza con l’altro, mentre anche gli Stati si fanno a loro volta concorrenza. Anche questo non ha senso: i governi avrebbero dovuto mettersi d’accordo, fare fronte unico nei confronti delle aziende e chiedere una convocazione dell’Organizzazione mondiale del commercio per rivedere le regole sui brevetti.

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