chi-sono-gli-schmittiani-di-sinistra-–-il-riformista

Chi sono gli schmittiani di sinistra – Il Riformista

A proposito di Carlo Schmitt

Filippo La Porta — 28 Ottobre 2022

Chi sono gli schmittiani di sinistra

Sapete come il brillante, coltissimo filosofo del diritto Carl Schmitt definì la Marcia su Roma (ricordiamolo nell’anniversario)? Una “vittoria della energia nazionale”. Anni dopo volle salutare l’affermazione di Hitler come un trionfo dei tedeschi sulla tirannia del “legalismo” ebraico. Teorico del decisionismo, celebrò la dittatura come una decisione inviolabile “indipendente dalla fondatezza argomentativa”. Riteneva anzi contraddittorio difendere il nazismo attraverso una argomentazione razionale.

Ho voluto evocare Carl Schmitt, allora presidente dei giuristi nazi, perché – confesso – non sono mai riuscito a spiegarmi l’esistenza degli schmittiani di sinistra, da noi numerosi. Ora, che le sue idee abbiano potuto ispirare regimi illiberali o postliberali – diciamo da Trump a Putin e Orban – , ci sta. Ma qualcuno un giorno dovrà pur spiegare la fortuna di Schmitt presso quel pensiero di sinistra che si vuole più radicale. Certo, la sua critica della democrazia liberale – considerata ipocrita – si può associare al marxismo, e così il disprezzo per il positivismo giuridico di Kelsen, la convinzione che la guerra è la ratio ultima della politica (il famigerato dualismo amico/nemico), che le garanzie costituzionali e normative sono meramente formali. Ma non ci sarà qui la fascinazione per tutto ciò che è estremo, abissale, ultimativo, e soprattutto l’equivoco di scambiarlo per la “radicalità”, che invece, come sapeva Camus, ha molto più a che vedere con il limite e la misura?

Diventare schmittiani per molti marxisti è il massimo: li fa sentire virilmente realisti (poche storie, decidono i rapporti di forza, conta solo la realtà effettuale!) ma al tempo stesso con un sottile brivido mistico-teologico (sono in gioco nientemeno che l’Anticristo e il Giudizio Universale). In una occasione Schmitt dichiarò poi di identificarsi con il Grande Inquisitore dei Karamazov, con il suo realismo terribile, contrapposto al sentimentalismo della pietà evangelica. In un articolo uscito su “Liberties”, la nuova straordinaria rivista americana – un trimestrale liberal di politica e cultura – Richard Wolin sottolinea il carattere involontariamente comico di alcune teorizzazioni schmittiane di Agamben (filosofo peraltro stimabile), quando ad esempio arriva a stabilire una analogia tra Abu Ghraib (violazione dei diritti umani da parte di marines in un carcere in Iraq) e Auschwitz, poiché entrambi esprimerebbero il telos nascosto della modernità (Stato di eccezione, 2004). Non solo lo stato di eccezione sarebbe il paradigma della politica contemporanea.

Per Agamben il correttivo dello stato di eccezione non è il ritorno allo stato di diritto, che incorpora lo stato di eccezione, ma formulazioni vaporose che – secondo Wollin – si richiamano in modo populista all’antagonismo o all’azione diretta. E qui fa bene lo studioso americano, vicino ai francofortesi, a spiegare pazientemente che per uno stato di diritto la chiave per affrontare l’eccezione sta nell’assicurare che la risposta sia, da un punto di vista costituzionale, “proporzionata all’emergenza in questione, e dunque calibrata in un’ottica di ritorno allo status quo ante giuridico-costituzionale”. Nel 1861, tra l’attacco a Fort Sumter in aprile e il ritorno del Congresso in luglio, Lincoln agì – per usare la terminologia di Schmitt – come un dittatore “commissariale” (o limitato). Ma Lincoln faceva affidamento sui poteri di emergenza per salvaguardare la repubblica; il suo agire presupponeva sempre “un ritorno alla normalità costituzionale”; e così la sua condotta “eccezionale” esemplificava l’uso responsabile dell’autorità esecutiva.

A me pare che dopo una comprensibile emergenza – stato di eccezione – a seguito del 9/11 e dell’attentato al Bataclàn si è tornati, negli Stati Uniti e in Francia, alla normalità costituzionale. Né appare giustificato annettere Schmitt – la sua celebrazione “esistenziale” della guerra – alla grande tradizione realista di Machiavelli e Hobbes: dopotutto “lo scopo del Leviatano di Hobbes era di trascendere la guerra di tutti contro tutti per mezzo di un patto civile, non di celebrarla. Wolin sottolinea altresì il talento di Schmitt – innamorato di miti e simboli – per l’automitizzazione, come dimostra la pubblicazione di Ex Captivitate Salus (1950), un memoir/apologia scritto in carcere, che contiene la improbabile narrazione della propria “innocenza”. Invocando il romanzo di Herman Melville Benito Cereno – il racconto di un capitano di nave che, all’indomani di un ammutinamento, deve eseguire gli ordini vili dell’equipaggio ribelle – Schmitt ha confezionato la leggenda secondo cui la sua cooperazione con i nazisti rifletteva semplicemente una disperata lotta per la sopravvivenza.

Ha insistito sul fatto che il suo sostegno al regime era stato, dall’inizio alla fine, involontario – le azioni di qualcuno che aveva una pistola puntata alla testa – e che a un certo punto venne pure messo ai margini dal regime in quanto accusato di opportunismo e cattolicesimo. Ora, i vari schmittiani sparsi nel mondo, di destra e di sinistra, questa faccenda di Benito Cereno – che finezza, però, invocare un classico della letteratura per la propria riabilitazione! – se la sono bevuta, direbbe Woody Allen. Secondo Wolin la persistenza del culto schmittiano fino ai giorni nostri è un altro dei “tanti presagi infelici del nostro tempo. Ma finché il duro lavoro di una società libera ed equa sarà troppo oneroso per alcuni dei suoi intellettuali, il ripugnante Schmitt vivrà”.

Il tentativo del giurista nazi di definire “il politico” nei termini della distinzione “amico-nemico”(dove il nemico – un “alieno” – va annientato!), la sua nozione di politica come guerra, è – ci ricorda Wolin – fondamentalmente in contrasto con aspetti centrali della tradizione politica democratica, per cui “giustizia” e “virtù”( e l’argomentazione razionale), ” piuttosto che “inimicizia”( e l’uso della mitologia) , sono la ragion d’essere della politica. Aggiungo solo una considerazione, pensando ai nostri schmittiani di sinistra. Va bene, può essere anche eccitante esibire durezza signorile, realismo brutale, stile superiore. Però tutte queste cose appaiono davvero grottesche se chi le esibisce è stato quasi sempre sconfitto!

© Riproduzione riservata

Related Posts

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.