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Cartabia sotto assedio: ma sulla prescrizione la ministra non cederà

Alla fine la storia la fanno gli uomini, sapete? Le donne e gli uomini. E se sono donne e uomini forti, la storia non prende scorciatoie. Prendete Marta Cartabia. Scienziata del diritto, presidente emerita della Consulta, cattolica di profonda cultura e convinzioni. Immaginate cosa può esserle passato per la testa ieri, quando le hanno mostrato l’agenzia in cui Alessandro Di Battista esordiva: «Sono tornate le porcate come la riforma Cartabia», e giù un plauso a Gratteri e de Raho che ieri mattina l’hanno bollata quasi come un regalo ai mafiosi. Secondo voi, una cattolica colta, di grande spessore e ora ministra della Giustizia, da frasi del genere può essere intimidita o può convincersi ancora di più ad andare avanti per la propria strada?

Dalla risposta al quesito si possono trarre le conseguenze e la sintesi di un’altra giornata di ordinaria follia sulla giustizia, come quella di ieri.E la sintesi è appunto in una guardasigilli che esclude di scavare il fondo della mediazione. «Le forze politiche spingono in direzioni diametralmente opposte ma la riforma va fatta», dice dal Palazzo di Giustizia di Napoli, nuova tappa del viaggio nelle Corti d’appello. E come va fatta, la riforma? Con il faticoso equilibrio trovato sulla “improcedibilità” dei giudizi troppo lunghi in secondo grado e Cassazione.

La ministra, in proposito, spiega: «Lo status quo non può rimanere tale. So molto bene che i termini indicati sono esigenti per queste realtà in cui partiamo da un ritardo enorme», aggiunge a proposito dei carichi notoriamente himalayani della giustizia partenopea. Però quei termini limite per i processi (2 anni in appello e uno in Cassazione, che diventano 3 e uno e mezzo per mafia, terrorismo e corruzione) «non sono inventati: sono quelli entro i quali il nostro ordinamento e l’Europa definiscono la ragionevole durata del processo, che è un principio costituzionale». Serve altro? L’arringa di Cartabia in difesa della propria riforma è ricca di argomenti: un processo che non arriva a sentenza è sì «una sconfitta dello Stato: ma lo è» ma, ricorda, «lo è anche una risposta che arriva in tempi non ragionevoli. Tutti i Caino e gli Abele attendono un giudizio severo, giusto e tempestivo: questo è quello che la Costituzione ci chiede e io non ho altre bussole». E una presidente emerita che giura sulla Costituzione difficilmente può giocare ancora al ribasso. Anche perché l’arringa si conclude con la più suggestiva delle evocazioni: «Non possiamo lasciare alle generazioni future una giustizia che produce mostri come quello di una persona assolta dopo 20 anni», dice a proposito di tanti casi e di uno in particolare, citato poco prima dal rettore della Federico II di Napoli Matteo Lorito: la vicenda di un professore reintegrato appunto dopo un’assoluzione arrivata in quattro lustri. «Non abituiamoci a innocenze provate dopo 20 anni, sono vite distrutte, e solo una grande tenacia, la resilienza umana possono far rinascere qualcuno dopo essere stato oscurato nella propria dignità e nella propria reputazione per troppo tempo».

Difficile, dopo parole simili, pensare che Cartabia cederà alle urla pentastellate contro le «soglie di impunità» (per l’avvocato Giuseppe Conte un processo che si ferma dopo una quindicina d’anni non è già una fluviale tortura ma un regalo al crimine). La mediazione trovata, per lei, è già al ribasso. Certo, ieri sulla commissione Giustizia della Camera, dov’è in sospeso la riforma penale, sono piovuti oltre mille emendamenti, in gran parte del Movimento 5 Stelle, che tiene alta la posta e propone, com’è ovvio, di lasciare intonsa la norma Bonafede sulla prescrizione. Gli stessi grillini sono usciti rinfrancati dalle parole pronunciate nelle audizioni della mattinata dal procuratore Antimafia Federico Cafiero de Raho e dal capo dei pm di Catanzaro Nicola Gratteri: entrambi parlano, con tono apocalittico, di «minacce alla sicurezza nazionale» nel caso in cui entrasse in vigore la norma sull’improcedibilità. Gratteri in particolare si dice convinto che «il 50 per cento dei giudizi per reati anche gravi, dalle rapine alla corruzione, non si celebrerà», e che perciò diventerà «ancora più conveniente delinquere». Da qui la verve pentastellata, che tocca punte irraggiungibili con le «porcate» di cui parla Di Battista e il sit-in dei dissidenti di “L’alternativa c’è”, previsto per stamattina al grido di «non diamo Cartabianca al ministro del’ingiustizia». Ma pure il comunicato meno galoppante diffuso dai deputati 5S avverte che «la riforma va cambiata», innanzitutto su «prescrizione e improcedibilità». E come, di grazia? La mano tesa del Pd si limita a un emendamento che allunga a 3 anni per tutti i reati, fino al 2025, il limite oltre il quale scatta l’improcedibilità in appello (e a 18 mesi il tempo massimo in Cassazione).

Il capogruppo dem Alfredo Bazoli fa notare che le sue proposte di modifica si fermano a 19, mentre quelle presentate da «Italia Viva e Forza Italia» sono «rispettivamente 59 e 109». Quindi si chiede: «Chi è più leale alla riforma Cartabia?». Sembra anche il segnale che il Nazareno non intende spingersi oltre per attenuare il disdoro pentastellato. Conte regala una fugace battuta sul diluvio di modifiche proposto dal suo Movimento: «L’obiettivo? Offrire una risposta che sia efficace ed equa nell’interesse dei cittadini».

L’impressione è che i 5 Stelle non accetteranno mai un limite di durata massimo per i processi. E che sopporteranno sì l’inevitabile sconfitta in Parlamento, ma solo fino a che il ddl penale non sarà approvato in via definitiva. Visto che ieri la commissione Ue ha diffuso un “Rapporto sullo Stato di diritto” che per l’Italia sembra subordinare il disco verde al completamento delle riforme, tutto lasca credere che i tempi assicurati nel Pnrr saranno rispettati: via libera alle riforme della giustizia entro fine 2021. Che potrebbe anche essere la fine dell’esperienza 5 Stelle al governo.

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