Bitcoin, adesso è allarme ambientale: “Consumano energia quanto l’intera Argentina”

bitcoin,-adesso-e-allarme-ambientale:-“consumano-energia-quanto-l’intera-argentina”

I Bitcoin, la criptovaluta più polare tra quelle sul mercato che ormai dall’inizio dell’anno sfonda periodicamente il proprio record precedente, continuano a far discutere. E mentre sembra essere in atto una corsa senza precedenti da parte dei cittadini di tutto il mondo, spunta fuori un problema che fin qui nessuno sembrava aver considerato: l’impatto ambientale. Come stanno in relazione queste due cose? Lo spiega Massimiliano Jattoni Dall’Asén sul Corriere: “Il Bitcoin è una moneta affamata di energia, non ne è mai sazia, al punto che l’anno scorso ha consumato l’equivalente energetico dell’intera Argentina. La criptomoneta è una gigantesca fabbrica aperta 24 ore su 24 di emissioni di CO2”. Cosa significa? (Continua a leggere dopo la foto)

Persino il numero uno del Tesoro Usa, Janet Yellen, ha bocciato la valuta digitale. Parlando del Bitcoin, intervenendo alla conferenza organizzata dal New York Times, ha detto: “Non credo che il Bitcoin sia ampiamente utilizzato come meccanismo di transazione – ha detto – È un modo estremamente inefficiente di condurre le transazioni e la quantità di energia che viene consumata nel processare quelle transazioni è sconcertante”. Secondo alcuni studi realizzati dall’università di Cambridge, infatti, “il Bitcoin consuma circa 121,36 terawattora all’anno. Ma com’è possibile che qualcosa che non esiste fisicamente com’è il caso di una moneta virtuale possa consumare così tanta energia?”. (Continua a leggere dopo la foto)

“La risposta – spiega Jattoni Dall’Asén – sta tutta nella pratica del mining, ovvero l’attività di generazione di bitcoin (termine associato al “gold mining”, l’estrazione dell’oro nelle miniere). Per semplificare all’estremo possiamo dire che la rete Bitcoin crea e distribuisce in maniera casuale un certo ammontare di monete all’incirca sei volte l’ora ai client che prendono parte alla rete in modo attivo, ovvero che mettono a disposizione la propria potenza di calcolo e contribuiscono alla gestione e alla sicurezza della rete stessa. All’inizio era lo stesso client che si occupava di svolgere i calcoli necessari all’estrazione dei bitcoin, ma con l’aumentare della potenza di calcolo totale della rete, questa funzionalità è diventata antieconomica ed è stata rimossa”. (Continua a leggere dopo la foto)

I mega computer che utilizzano si attaccano ovviamente alla corrente, spesso magari prodotta dal carbone come in Cina o in Siberia. “E così, la quantità di operazioni per generare ed estrarre bitcoin è diventata talmente elevata da richiedere grandi quantità di risorse in termini di energia elettrica e potenza computazionale, con relativa emissione di 36 milioni di tonnellate di anidride carbonica all’anno, stando ai dati dell’International Energy Agency. E poi c’è il problema dei rifiuti elettronici, diretta conseguenza del rinnovo costante dei computer, perché i minatori li vogliono sempre più aggiornati e potenti. Anche qui il calcolo si aggira sulle 11 mila tonnellate all’anno di rifiuti, che coprono una quantità di e-waste pari a quella prodotta da una piccola nazione come il Lussemburgo”. (Continua a leggere dopo la foto)

Conclude Jattoni Dall’Asén: “Il calcolatore online utilizzato dai ricercatori dell’Università di Cambridge si basa su un prezzo medio dell’elettricità per kilowattora di 0,05 dollari ed è arrivato, come detto, a quantificare in 121,36 terawattora il consumo energetico annuale della criptomoneta: si parla praticamente di poco più di 6 miliardi di dollari. Per avere un’idea: l’intera Argentina consuma 121 TWh, gli Emirati Arabi Uniti 113,20 TWh e i Paesi Bassi 108,8 TWh”.

Ti potrebbe interessare anche: Lamorgese ha speso 500mila euro per rinnovare il Viminale. Nell’anno della pandemia