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Bin Salman immune per l'omicidio Khashoggi, gli Usa salvano il principe saudita: “Jamal è morto due volte” – Il Riformista

Vince il petrolio

Redazione — 18 Novembre 2022

Mohammed bin Salman e Jamal Khashoggi
Mohammed bin Salman e Jamal Khashoggi

“Jamal è morto oggi una seconda volta”. E’ il commento di Hatice Cengiz, l’ex fidanzata del giornalista dissidente Jamal Khashoggi ucciso a Istanbul – secondo la stessa intelligence Usa – da agenti sauditi, dopo la decisione del dipartimento di Stato statunitense di concedere l’immunità al principe ereditario dell’Arabia Saudita Mohammed bin Salman, in quanto capo di un governo straniero, nella causa che lei ha intentato per l’omicidio del reporter del Washington Post avvenuto nell’ottobre del 2018. “Nessuno si aspettava una decisione del genere. Pensavamo che forse ci sarebbe stata una luce nella giustizia Usa. Ma ancora una volta il denaro viene per primo”, ha scritto Cengiz su Twitter.

Dagli Usa precisano che il presidente Joe Biden è “a conoscenza” della vicenda, ma la decisione di accordare l’immunità a Mohammed bin Salman nel processo per l’uccisione di Khashoggi “è del dipartimento di Stato” ha sottolineato il portavoce del Consiglio di Sicurezza nazionale, John Kirby, in un briefing con i giornalisti.

Secondo quanto riporta la Cnn, una richiesta in tal senso è stata presentata in tribunale dagli avvocati del dipartimento della Giustizia Usa su richiesta del dipartimento di Stato, con la motivazione che bin Salman è stato recentemente nominato primo ministro e dunque è qualificato a godere di immunità come capo di governo straniero. La richiesta è stata presentata giovedì sera, cioè poco prima della scadenza fissata dalla Corte perché il dipartimento di Giustizia desse il suo parere sulla questione dell’immunità e di altre argomentazioni presentate dal principe per chiudere il caso. “Mohammed bin Salman, il primo ministro del Regno dell’Arabia Saudita, è il capo del governo in carica e, di conseguenza, è immune da questa causa”, si legge nel documento, che definisce l’omicidio “atroce”.

Hatice Cengiz, la fidanzata di Khashoggi, e DAWN, organizzazione per i diritti umani con sede a Washington fondata dal giornalista, hanno intentato una causa contro bin Salman e altre 28 persone nell’ottobre 2020 presso la Corte distrettuale federale di Washington. Sostengono che la squadra di assassini abbia “rapito, legato, drogato, torturato e assassinato” Khashoggi nel consolato saudita di Istanbul e poi abbia smembrato il suo corpo. I resti del reporter non sono mai stati ritrovati.

Jamal died again today #injustice #JamalKhashoggi

— Hatice Cengiz خديجة (@mercan_resifi) November 18, 2022

In un rapporto del febbraio 2021, la Cia attribuiva a Mohammad Bin Salman il via libera all’operazione per “catturare o uccidere” il giornalista Jamal Khashoggi. “Basiamo questa valutazione sul controllo del principe saudita sul processo decisionale nel regno, sul diretto coinvolgimento di un consigliere chiave e di membri della cerchia di Muhammad bin Salman nell’operazione, sul sostegno del principe ereditario all’uso di misure violente per silenziare il dissenso all’estero, incluso Khashoggi”, recita il rapporto. È infatti dal 2017, spiegava il dossier, che Mbs (com’è soprannominato il principe) ha il controllo delle organizzazioni di sicurezza e intelligence del Regno Saudita. È quindi “altamente improbabile che funzionari sauditi possano aver effettuato un’operazione di questa natura senza la sua autorizzazione”. Una notizia, quella della pubblicazione del documento atteso per oggi, che ha fatto molto discutere. Anche perché l’intelligence aggiunge dettagli raccapriccianti: a quanto ricostruito il principe ereditario “considerava Khashoggi una minaccia per il Regno e ha ampiamente sostenuto l’uso di misure violente, se necessario, per zittirlo. Nonostante i funzionari sauditi avessero pianificato in anticipo un’operazione non specificata contro Khashoggi, non sappiamo con quanto anticipo essi abbiano deciso di fargli del male”.

Il documento elencava anche i nomi di 21 persone considerate a vario titoli partecipanti, complici o responsabili dell’omicidio del giornalista. La squadra sarebbe stata composta da 15 funzionari vicini alla corte saudita. Una squadra guidata dallo stretto consigliere del principe ereditario, Saud al-Qahtani, “che ha affermato pubblicamente a metà del 2018 di non prendere decisioni senza l’approvazione del principe ereditario”. Altro particolare che porta al principe ereditario è la partecipazione del team di sette membri della squadra d’èlite del RIF che “risponde solo a lui e aveva partecipato direttamente a precedenti operazioni di soppressione dei dissidenti nel Regno e all’estero sotto la direzione del principe ereditario”. Il rapporto stilato l’11 febbraio 2021 riportava anche l’ultimo depistaggio: indossare i vestiti e l’Apple Watch della vittima per far credere che Khashoggi avesse lasciato l’ambasciata di Istanbul.

A Luglio 2022 Joe Biden è stato proprio in Arabia Saudita, il Paese che lo stesso numero uno della Casa Bianca aveva promesso di voler isolare a livello internazionale durante la battaglia per le presidenziali contro Trump in risposta all’omicidio del giornalista e dissidente Khashoggi. Tutto dimenticato nel nome degli interessi economici, americani e non solo, in particolare dell’oro nero, il petrolio.

Pochi mesi dopo, a fine ottobre 2022, il principe saudita Bin Salman, come ha raccontato il quotidiano economico statunitense Wall Street journal, si sarebbe divertito a canzonare il ‘leader del mondo libero’ per “le sue gaffe e il suo scarso acume mentale” come racconta il WSJ in un lungo articolo pubblicato martedì 25 ottobre. Il principe saudita, 37 anni, avrebbe anche detto di non stimare Biden fin da quando l’attuale presidente era il vice di Barack Obama, aggiungendo: “Molto meglio avere a che fare con Donald Trump”.

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