Cronaca

Bellomo: «Quando entro ti inginocchie mi chiedi di perdonarti». I ricordi-incubi delle ragazze

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«Una sberla». Così una delle presunte vittime dei «maltrattamenti» di Francesco Bellomo, ha accolto la notizia del nuovo arresto. «Mi ha riportato indietro di tre anni. Non è facile», ha confidato a un’amica, spiegando come «ogni volta che c’è una notizia sull’inchiesta mi ritrovo a combattere con la mia parte razionale e quella emotiva. Quella razionale è contenta. L’altra invece mi fa ripiombare in uno stato di ansia». Non è l’unica ad aver denunciato danni che terapie non riescono ancora a far superare. Anche per questo alcune delle ex borsiste citate nell’ordinanza di custodia cautelare, Alessia Jacopini, Corinne Panariello, Emanuela Carrabotta e Daniela Zappella, non si sono costituite parte civile. Due sono già magistrate. Le altre hanno preferito cambiare vita. Leggendo le carte si capisce perché.

La richiesta di rinvio a giudizio

Molte le vessazioni descritte dalle ragazze, che secondo il procuratore aggiunto di Bari, Roberto Rossi — che assieme al sostituto Chimienti ha chiesto il rinvio a giudizio di Bellomo e dell’ex pm Davide Nalin — configurano il reato di «maltrattamenti» (per il Riesame è stalking) e, per una di loro, estorsione (per il Riesame minaccia aggravata). Un metodo confermato da decine di ex corsiste ascoltate nelle tre inchieste aperte su Bellomo (Milano ha archiviato, a Piacenza si attende la sentenza: l’ex borsista ha ritirato le accuse a Bellomo, ma una perizia le confermerebbe).

«Controllo, imposizione, denigrazione, offesa alla dignità»

Per molte andò così. Bellomo passava dalla didattica a una relazione «sentimentale». Poi scattava il «controllo, l’imposizione, la denigrazione, l’offesa del decoro e della dignità», la pretesa di «comportamenti di assoluta di dedizione» il controllo dei social nel timore di relazioni con altri. Persino una ceretta alle 18:45 insospettiva Bellomo: «Si fa quando si mostrano le gambe, cosa che sarebbe accaduta tra 9 giorni», contesta a una ragazza. Nel rapporto didattico-amoroso c’era spazio per ricatti morali: «Non è normale che rientri a mezzanotte il giorno prima della tua prima udienza. Non autorizzerò più uscite serali. Mentre attendevo che ti facessi viva mi sono fatto una lesione al pettorale. Questo significa avere a fianco un animale. Tu lo sei. È la riprova del tuo Dna malato».

Gi avvertimenti e le umiliazioni

Per gli avvertimenti a chi voleva mollarlo: «Gli aiuti sono terminati ora la tua carriera la fai da sola e dubito che riesca. Prendi tutti i vestiti, cappotti compresi, e spediscili. Non mi faccio restituire i soldi perché sei una pezzente. Al concorso Tar non accederai neppure». E per le umiliazioni: «Non voglio rovinare anni di lavoro senza darti una chance. Venerdì sera, quando entro in stanza, ti metti in ginocchio e mi dici “ti chiedo perdono, non lo farò mai più». A Roberta Rei delle Iene, Daniela Zappella dichiarò: «Non mi sentivo così attratta da lui, ma non riuscivo a dire di no».

Il contratto di schiavitù sessuale

Uscire indenni era impossibile. Una ragazza confida a un’amica di aver firmato «un contratto di schiavitù sessuale» e di essere stata punita per aver violato una delle clausole. La punizione era finire sulla rivista «scientifica» della Scuola dove si «pubblicavano dettagli intimi sulla vita privata». E la borsista dice: «Sono terrorizzata dalla reazione… mi stanno facendo paura… non vogliono lasciarmi andare». Poi c’era la richiesta di foto. Una borsista riferisce a un’amica: «Mi vergognavo di quelle foto che sono stata costretta a mettere su Facebook mi facevo schifo da sola mi sentivo messa in vendita».

Il ruolo di Nalin

Se le foto non arrivavano, riferiscono le ragazze, era il pm del «pool reati sessuali» di Rovigo Nalin a sollecitarle. Lo stesso delegato a svolgere indagini sulla sanzione da comminare quando Bellomo si «faceva raccontare dettagli della vita intima definendoli disgustosi e contrari ai principi che avrebbe dovuto rispettare». Bastava un like su Facebook per essere spiata da Nalin e definita «scientificamente una prostituta» da Bellomo. Se tentavano di cancellare il profilo Nalin glielo faceva ripristinare. E quando una borsista se ne andò, «Bellomo tramite Nalin ingaggiò una corsista come intermediaria facendole credere che l’amica subisse minacce». Lei non riuscì e venne cacciata dal corso. Per essere riammessa, scrivono sempre i pm, dovette «svolgere il ruolo di infiltrata inviando ai due gli screenshot dei profili» della ragazza in fuga. Saranno il Tar e il Csm a decidere se i due, dopo ciò, potranno rivestire la toga.

10 luglio 2020 (modifica il 10 luglio 2020 | 23:56)

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