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Battute sessuali, offese, aggressioni verbali: «Ero esausta, mi sono licenziata»

«Bella figa, hai fatto sesso stanotte?», fino a dichiarazioni, beffe, appellativi peggiori quando gli girava male, sempre a sfondo sessuale. Così il titolare di Francesca, nome di fantasia, ogni mattina le dava il benvenuto in azienda, tra le risate dei colleghi divertiti o troppo timorosi per contraddirlo. «Ha un carattere aggressivo e gli altri erano intimiditi da lui. Nonostante tutto, però, il titolare aveva fiducia in me e mi dava compiti di responsabilità. Ero assunta con contratto indeterminato, così all’inizio ho provato a resistere». Ma la situazione si è fatta presto insostenibile.

Francesca arrivava ogni giorno in ufficio sperando che il titolare fosse di buon umore per dover sopportare, almeno, un carico di scherno minore. Alla fine, esausta, ha smesso di sorridere alle battutacce.

«Da quel momento in poi la situazione è peggiorata. Lui ha iniziato a raccontare ai colleghi che avevamo rapporti sessuali, soprattutto orali, e che questo era il perché del mio buon contratto. Gli ho chiesto di smettere con le menzogne e lui ha cominciato a riempirmi di lavoro a sproposito. Non avevo più diritto a ferie e permessi e quando, invece, me li concedeva, all’ultimo ritirava l’autorizzazione».

Alla fine Francesca ha chiamato un avvocato e patteggiato per il licenziamento. Racconta che non è stata l’unica ad andare via dall’azienda quell’anno «ci siamo licenziati in quattro e a una mia collega le cose sono andate anche peggio: veniva continuamente offesa per il suo aspetto finché non le è venuto un esaurimento nervoso e ha rassegnato le dimissioni».

Secondo una ricerca realizzata in occasione del 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, da WeWorld, organizzazione che difende i diritti di donne e bambini, e Ipsos, quasi il 70% delle lavoratrici ha subito almeno una discriminazione sul luogo di lavoro. Sono 3 su 10 quelle che hanno dovuto rispondere a domande su famiglia e figli durante il colloquio di selezione e 2 su 10 hanno subito offese o battute legate al proprio genere.

«Ogni molestia è una forma di violenza che porta a strutture diverse di sofferenza. Accresciuta dal fatto che in tanti casi le donne non hanno la possibilità di opporsi. Le conseguenze possono manifestarsi sia a livello fisico, sia psicologico, o entrambi. Disturbi gastrointestinali, mal di testa, oppure stati di ansia, perdita di fiducia, sintomi di depressione, creano una catena di effetti negativi sulla persona», spiega Patrizia Romito, psicologa, coautrice di “Le molestie sessuali. Riconoscerle, combatterle, prevenirle”.

Se la donna non può accedere a una valida rete di supporto, ricevere aiuto, confidarsi, parlarne e trovare solidarietà nei colleghi, se soprattutto non cessano le molestie che subisce, alla violenza dell’azione si aggiungono i suoi effetti. «Se tutta la mia attenzione è focalizzata su come evitare o sopportare l’atteggiamento molesto – continua Romito – diminuirà certamente la concentrazione che riesco ad avere durante il lavoro. Anche le molestie che vengono considerate banali come battute, scherzi e commenti possono avere conseguenze negative sul benessere degli individui».

La violenza e le molestie sul lavoro hanno ripercussioni sulla salute psicologica, fisica e sessuale delle persone colpite e sul loro ambiente familiare e sociale. Sono incompatibili con il rispetto dei diritti umani fondamentali e hanno un impatto negativo anche sulla reputazione e sulla produttività. Così è scritto nella Convenzione sulla violenza e le molestie nel mondo del lavoro, redatta dall’Ilo (International Labour Organization) nel 2019 e che anche l’Italia ha ratificato a fine dello scorso ottobre. Lo Stato e i datori di lavoro hanno, quindi, l’obbligo di promuovere azioni per prevenire e contrastare la violenza, formando ambienti e una cultura del lavoro sani.

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