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Basta criminalizzare chi va in overdose. Ora una legge ad hoc

Alcune associazioni sottolineano la necessità di politiche di Riduzione del Danno e Limitazione dei Rischi, così come l’importanza di campagne per contrastare e prevenire le morti correlate all’uso di sostanze

Mercoledì scorso c’è stata la giornata mondiale per la sensibilizzazione sull’overdose e a rilanciare la battaglia per la riduzione del danno e, nel contempo, politiche che vertono su soluzioni non carcerocentriche, sono Cgil, Forum Droghe, Cnca, ITARdD, ItanPud, la Società della Ragione, Isola di Arran e A Buon Diritto. «Tutti possono essere salvati dall’overdose: è quindi l’occasione per riprendere e rilanciare tutto il nostro impegno su droghe, servizi, politiche per le dipendenze, nella direzione che abbiamo affermato anche nella recente Conferenza di Genova», hanno dichiarato con forza.

Le associazioni, da sempre in prima fila sulle politiche non repressive, hanno affermato che «vanno sostenute le politiche di Riduzione del Danno e Limitazione dei Rischi, le campagne per contrastare e prevenire le morti correlate all’uso di sostanze, con il coinvolgimento degli operatori, delle organizzazioni della società civile e dei consumatori», sottolineando che in questo senso è da «valorizzare il ruolo delle municipalità per la sperimentazione di modelli d’intervento innovativi finalizzati a mettere in sicurezza i contesti nei quali si realizza il consumo di droghe, come più volte sollecitato anche dalle raccomandazioni stilate a livello europeo, a partire dal consolidamento e dalla diffusione su tutto il territorio nazionale dei servizi di drug checking e delle stanze del consumo sicuro».

Non solo. Per le associazioni «va sostenuta e garantita la distribuzione gratuita del Naloxone (anche nelle forme che permettono somministrazione facilitata), un farmaco salvavita in grado di prevenire esiti letali dovuti all’overdose di oppiacei, non solo negli interventi di riduzione del danno, ma garantendone la disponibilità nei servizi di primo soccorso, negli istituti penali, e mettendolo a disposizione delle Forze dell’Ordine che spesso sono le prime a intervenire in caso di emergenza. Tra le proposte da sostenere anche la presenza nelle farmacie di prodotti che siano sempre disponibili a base di naloxone, non soggetti a prescrizione e di libera vendita».

Le associazioni, quindi, chiedono a tutte le forze politiche, oggi più che mai, in vista delle prossime elezioni, di impegnarsi per rendere effettiva, anche con adeguati finanziamenti, la Riduzione del Danno, che fa parte dei Livelli Essenziali di Assistenza fin dal 2017. «Ma che – hanno osservato -, ad oggi, non trova ancora corretta e compiuta applicazione in tutti i territori. Insieme a questo, l’approvazione di una norma (la “Legge del Buon Samaritano”) che non esponga, nonostante quanto previsto dal Codice Penale, a indagini e conseguenze giuridiche chi assiste una persona in overdose e chiama i soccorsi».

La riduzione del danno si riferisce a politiche, programmi e prassi che mirano a ridurre i danni correlati all’uso di sostanze psicoattive in persone che non sono in grado o che non vogliono smettere di assumere droga. Sua caratteristica peculiare è il focus sui danni causati dall’uso di sostanze stupefacenti e sulle persone che continuano ad usare droghe, piuttosto che sulla prevenzione dall’uso. Al livello mondiale si è iniziato a discutere spesso di riduzione del danno dopo la scoperta della minaccia rappresentata dalla diffusione dell’HIV.

Ma perché è così importante la Riduzione del Danno? Nel nostro Paese la persona che consuma droghe, soprattutto se per via iniettiva, è considerata dalla pubblica opinione come qualcuno che conduce una vita “non degna di essere vissuta”. La sua possibilità di tornare a far parte della società passa attraverso l’uscita dal “tunnel della droga”, e il raggiungimento di una stabile disintossicazione. Questo approccio conservatore e le conseguenti scelte hanno da sempre ostacolato la promozione delle politiche di Riduzione del Danno. Le politiche repressive nei confronti nelle persone che usano sostanze hanno innescato meccanismi di emarginazione, clandestinità e criminalizzazione.

Gli interventi di Riduzione del Danno partono dalla constatazione che, spesso, le persone che usano droghe non esprimono alcuna richiesta di aiuto nelle forme tradizionali. In un’ottica di salute pubblica, è fondamentale, infatti, sottolineare che la “guarigione’ non deve essere l’unico obiettivo dell’operatore o del servizio per le dipendenze. Questi hanno il dovere di “prendersi cura” della persona nella situazione specifica; la disintossicazione non può e non deve essere la pregiudiziale dell’intervento dell’operatore e di una relazione di aiuto. Riduzione del Danno significa attivare tutte le forme possibili di contatto e di accompagnamento affinché siano garantite le condizioni cliniche, psicologiche e sociali per permettere alla persona, evitata ogni irreversibile compromissione, di compiere liberamente le proprie scelte.

La Riduzione del Danno viene praticata in Italia da quasi 25 anni, ma senza un approccio ufficiale da parte dello Stato. Tale pratica è entrata a far parte dal 2017 dei Livelli essenziali di assistenza (Lea) che le Regioni sono tenute a garantire allo Stato nell’ambito del Servizio sanitario nazionale. Tempo pochi mesi e sarebbero entrati in vigore garantendo prevenzione e cura. Si fissava anche una data limite: il 2018. Eppure, anche qui, manca un passaggio: scarseggia il finanziamento di alcuni punti, tra i quali proprio quelli per quanto riguarda la Riduzione del Danno. Ad oggi, solo la Regione Piemonte ha dettagliato in norma le prestazioni da considerarsi tali, con la D. G. R. 12 aprile 2019, n. 42- 8767. Ma, a causa di alcune scelte adottate dal nuovo assessorato, anche questa regione rischia di tornare indietro rispetto alle recenti conquiste.

Di fatto, in assenza di finanziamenti adeguati e consolidamento in tutto il territorio italiano, la riduzione del danno fissato dai Lea del 2017, rimane un diritto mancato. Nella maggior parte delle regioni italiane le attività di Riduzione del Danno risultano demandate, oltre che ai sert, a “servizi di salute mentale, strutture residenziali (comunità terapeutiche e/ o strutture ospedaliere)”, persino alle farmacie. In altre parole, nel nostro Paese sono ancora merce rara gli operatori professionali che incontrano i consumatori per fare orientamento, fornire generi di prima necessità, materiali sterili, informazioni sulle sostanze o accompagnamenti in comunità, attraverso le unità di strada che intervengono direttamente nei luoghi del divertimento o che operano nei drop- in (la loro versione stanziale). In questi cinque anni nessun atto governativo e ministeriale è intervenuto a garantirne l’implementazione.

La denuncia rilanciata dalle associazioni evidenza che è tuttora in corso una latitanza istituzionale: non solo perché non attua quanto previsto per legge, ma perché nega un diritto fondamentale, quello alla salute, e la concreta attuazione di una politica che ha dimostrato, in più di 25 anni di esperienza, di essere efficace nel limitare i costi umani e sociali di un fenomeno certamente complesso.

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