Banche

Banche europee: protagoniste contro il contagio, non per l’Italia

Mes o non Mes. Eurobonds o coronabonds. Fondo disoccupazione e Fondo ricostruzione. Con tutte le discussioni, e polemiche, di queste settimane, un altro pacchetto di misure europee è passato quasi inosservato. Ma alla fine potrebbe avere quasi altrettanto peso nell’uscita dalla devastante crisi economico-finanziaria creata dalla pandemia di Covid-19: gli interventi delle autorità di vigilanza, guidate dalla Banca centrale europea, perché le banche europee continuino a funzionare e non facciano mancare il sostegno all’economia.

La loro importanza è dettata dal fatto che è impossibile che una contrazione del 7,5% come quella che il Fondo monetario prevede nel 2020 per l’area euro (del 9% per l’Italia) non abbia un impatto pesantissimo sul sistema bancario e da questo non rischi di tornare come un boomerang sull’economia stessa attraverso una stretta del credito. E in Europa il 70% del finanziamento alle imprese passa dalle banche. Le quali, dopo esser state, nella crisi finanziaria globale del 2008 e degli anni successivi, protagoniste e in qualche misura colpevoli, dovrebbero essere ora, come sostiene il direttore della Banca dei regolamenti internazionali, Agustin Carstens, “parte della soluzione, non parte del problema”. Ma in che modo?

Anzi tutto, lo stato di salute delle banche è ben diverso dal 2008: anche per effetto delle riforme realizzate da allora, secondo l’FMI hanno più capitale e liquidità, sono state sottoposte a stress test, hanno a disposizione abbondante liquidità delle banche centrali. In Europa, è stata creata una vigilanza unica per gli istituti più significativi. In Italia, secondo il vicedirettore generale di Banca d’Italia, Luigi Federico Signorini, la base patrimoniale delle banche (nella misura Cet1) era a fine 2019 quasi al 14%, il doppio di fine 2007; i crediti deteriorati netti sono al 3,3% dei prestiti complessivi, dal massimo del 9,8 di fine 2015; l’esposizione al debito pubblico italiano resta alta, ma è scesa da 403 a 316 miliardi di euro. E, all’inizio della crisi della pandemia, le autorità europee, al contrario che nel passato, sono entrate prontamente in azione: rilassando i requisiti di capitale, compreso l’uso di cuscinetti creati in questi anni per situazioni come questa, e di liquidità; allentando alcuni criteri di supervisione e contabili; sospendendo lo stress test già previsto per il 2020; concedendo un fiume di liquidità a tassi negativi, addirittura al di sotto di quelli sui depositi. Oltre ad attivare altri acquisiti di titoli per oltre mille miliardi di euro, con accesso facilitato nei requisiti di collaterale. Si tratta di un intervento di enormi proporzioni varato quasi immediatamente, a ulteriore dimostrazione che la BCE, l’unica istituzione veramente europea dell’Eurozona, è in grado di fornire risposte di dimensioni e rapidità che mancano ai meccanismi intergovernativi.

Basterà? La crisi è di ben altre proporzioni rispetto a quella del 2008-2009. La caduta ora attesa per il prodotto interno lordo nel solo 2020 è pari a quella prevista nello scenario più avverso previsto dagli stress test ma sull’arco di tre anni. In questo scenario, ricorda Thorsten Beck, della Cass Business School, il Cet1 sarebbe rimasto al 10,1%. Ma la compressione in un solo anno della recessione implica ben altro impatto. Il sostegno fiscale non è mancato: i Governi, compreso quello italiano, hanno risposto principalmente con due misure per dare fiato alle imprese e alle famiglie, cioè una moratoria sui prestiti e garanzie statali, in modo che l’ondata possibile delle inadempienze non si abbatta sui bilanci bancari, paralizzando il credito. Ma, in sole due settimane, le richieste di moratoria alle banche italiane sono state 660mila, per i due terzi (e 58 miliardi di euro) dalle imprese. Più lungo lo stop all’attività economica, osserva l’FMI, più è probabile che le banche registrino perdite sui prestiti a famiglie e impreseA quel punto, le garanzie si trasformerebbero in perdite per i bilanci pubblici, appesantendo il debito anche dei paesi che non se lo possono permettere, come l’Italia. Sulle banche peserà poi la caduta dei prezzi delle attività finanziarie più rischiose in portafoglio, a partire dal debito pubblico, nel caso italiano. In una tempesta perfetta, sostiene Beck, un aumento dei rendimenti del debito pubblico italiano insieme a maggiori perdite sui prestiti potrebbe mettere le banche sotto pressione.

mercati non sembrano del tutto convinti della resilienza del sistema: tanto che i titoli bancari sono stati fra i più penalizzati dalla crisi. In Italia, l’indice delle azioni delle banche ha perso oltre il 40% da gennaio. E se la decisione delle autorità di far sospendere i dividendi ha rafforzato il capitale degli istituti, li ha resi però ancor meno appetibili per gli investitori. La redditività bassa, con un ritorno del 5% sul capitale, non è un problema di oggi per le banche europee e lo sarà ancora di più con la crisi. E le sfide di più lungo periodo, da quella tecnologica a quella dei cambiamenti climatici, non se ne andranno certo con la fine del coronavirus.

Ma ci sono due spiragli nell’orizzonte burrascoso delle banche. Il primo è il riconoscimento da parte delle autorità che le banche dovranno avere un ruolo cruciale nell’uscita dalla catastrofe coronavirus, il secondo, più incerto, lo stimolo che la crisi può dare a soluzioni che gli istituti di credito europei aspettano da tempo e che faranno bene a tutta l’economia, non solo alle banche: il completamento dell’Unione bancaria e la creazione di un asset finanziario sicuro comune a tutta l’eurozona. Basta non chiamarlo eurobond.

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