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Autostrade, ultimo baluardo 5 Stelle: da Ilva alla Tav, le promesse mancate

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«Avevamo fatto due promesse: il ponte non lo avrebbero costruito i Benetton e che non avrebbero più gestito le autostrade. Vanno mantenute entrambe». È il messaggio che Luigi Di Maio manda al governo su Autostrade. Perché, come spiega il capo politico reggente del Movimento Vito Crimi, «questo è un punto dirimente». Il Movimento lo ribadisce: non arretrerà di un millimetro. Non mantenere questa promessa, fatta due anni fa non solo ai familiari delle vittime, ma a tutti gli elettori, sarebbe troppo per i 5 Stelle.

All’inizio fu il Tap, il gasdotto internazionale con sbocco sulle coste pugliesi. Primo scoglio — è proprio il caso di dirlo — su cui si è infranto il M5S di governo. In campagna elettorale promesse di bloccare l’opera in poco tempo, poi una volta a Palazzo Chigi (all’epoca in compagnia della Lega), il cambio di rotta. «Penali alte», ma anche questioni di geopolitica con gli alleati Usa che spingevano per realizzare la struttura. Poi venne la questione Ilva, con Beppe Grillo che spingeva per una riqualificazione ambientale. «Nessuno ha mai pensato di chiuderla», scriveva sul suo blog il garante, lanciando l’idea di trasformarla in un parco tecnologico. Luigi Di Maio poi trovò un accordo con Mittal, ma il dossier è rimasto aperto e la situazione in stallo.

Pochi mesi dopo, nel marzo 2019, fu la volta dell’Alta velocità Torino-Lione, con una settimana di alta tensione nell’esecutivo gialloverde. Sfociata con un nulla di fatto: i bandi poi sono partiti e nel febbraio 2020 pure gli espropri per espandere il cantiere, un’opera che agli albori del Movimento Grillo aveva così duramente combattuto al punto da essere condannato in primo grado a quattro mesi di carcere per aver violato dei sigilli nel 2010 (il reato poi è stato prescritto). Un’opera-simbolo per il M5S che radunò proprio nel cantiere di Chiomonte per la prima uscita pubblica i neo-parlamentari nel 2013. Ma il tempo corre e la Tav pure.

Il ministro gialloverde delle infrastrutture Danilo Toninelli passò al setaccio costi-benefici, creando polemiche. Ora sulla vicenda del nuove ponte di Genova dichiara: «Se fossi ancora al ministero quelli di Aspi non l’avrebbero visto neanche col binocolo il nuovo ponte di Genova, perché sarebbe stato già concluso l’iter di revoca». Ma Toninelli da ministro un anno dopo la tragedia di Genova ha dato l’ok al passante di Bologna, altra opera osteggiata apertamente dal M5S. Opera coordinata da Autostrade. E l’ok di Toninelli causò un botta e risposta e uno strappo con Max Bugani, all’epoca socio di Rousseau. «Obiettivi persi», disse Bugani, che poche settimane dopo lasciò il suo ruolo nello staff di Di Maio, che da ministro stava trattando con Atlantia per salvare Alitalia.

Il cambio di governo e il passaggio con Il Pd non hanno segnato un cambio di rotta negli scivoloni del Movimento. Così la lotta alla mafia e alla criminalità, uno dei cavalli di battaglia dei Cinque Stelle, è inciampata su quella che è stata derubricata dai pentastellati come una «svista» del Guardasigilli Alfonso Bonafede, che in tempo di Covid – per svuotare le carceri e mettere in sicurezza i detenuti – aveva di fatto portato fuori dalle sbarre anche alcuni boss. «Se lo avesse fatto Alfano…», diversi Cinque Stelle in questi mesi hanno commentato così la vicenda lasciando calare un velo di silenzio sulla vicenda. E anche sulle nomine – gestite in prima persona dal sottosegretario Riccardo Fraccaro – non è andata molto meglio: confermato all’Eni Claudio Descalzi (con Alessandro Di Battista che inveiva: «Bisogna dire no alla conferma») .

Ecco perché la battaglia con Aspi per la revoca delle concessioni rimane l’ultimo baluardo non tanto delle lotte targate M5S, quanto l’ultimo baluardo di credibilità del Movimento.

9 luglio 2020 (modifica il 9 luglio 2020 | 13:09)

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