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Autostrade, balla 1 miliardo tra le parti: il governo chiede fino a 4 miliardi per sventare la revoca

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Un miliardo di differenza. Tra le condizioni chieste dall’esecutivo e la proposta di Autostrade di inzio marzo, già giudicata irricevibile dall’esecutivo, c’è un divario importante che però potrebbe essere colmato. Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha appena detto che senza «una proposta estremamente vantaggiosa» per l’interesse pubblico, calpestato negli ultimi anni a totale vantaggio dell’interesse privato degli azionisti di Autostrade (il copyright è della Corte dei Conti, in un rapporto di dicembre 2019 ripreso recentemente anche dall’Anac), il governo collegialmente deciderà per la revoca della concessione già lunedì nel primo consiglio dei Ministri convocabile sul tema.

Fonti parlano di una forbice di circa 1 miliardo tra le parti. Una differenza venuta allo scoperto ieri nel tavolo tecnico al ministero dei Trasporti alla presenza dei capi di Gabinetto coinvolti ((Trasporti, Alberto Stancanelli, al Mef Luigi Carbone) che stanno tenendo le fila della trattativa. Il deus ex machina del governo è il segretario generale di Palazzo Chigi, Roberto Chieppa, fedelissimo del premier Conte, grand commis di Stato esperto di antitrust e concorrenza, che sta tenendo il dossier dall’inizio anche per le competenze legali in materia di contrattualistica. L’assist fornito dalla Corte Costituzionale che ha ritenuto non fondati i presupposti di incostituzionalità del decreto Genova — che ha escluso Autostrade per l’Italia dalla ricostruzione del ponte Morandi — si dice confermino la validità del percorso giuridico costruito da Chieppa e dal governo anche sull’impianto del Milleproroghe concedendo al governo di negoziare in una posizione di forza al rush finale del negoziato. Il governo avrebbe chiesto alla concessionaria di mettere sul piatto una gamma di interventi per una cifra compresa tra i 3,5 e i 4 miliardi, a conti fatti oltre un miliardo in più di quanto proposto dal gestore.

Nell’ultima proposta di Aspi, parzialmente rivista al rialzo ai primi di giugno e contenuta per trasparenza nei bilanci di Autostrade e della capogruppo Atlantia, ha messo sul piatto 2,9 miliardi di euro. Il gruppo d’altronde ha predisposto un accantonamento di 1,5 miliardi di euro di Autostrade per l’Italia dicendosi disponibile a farsi carico di nuovi impegni economici per abbassare le tariffe autostradali del 5% e sostenere lo sviluppo infrastrutturale del Paese. Nell’offerta di marzo bocciata da Palazzo Chigi era previsto un incremento di 700 milioni dell’ammontare delle manutenzioni del periodo 2019-2023 rispetto a quanto previsto nel piano economico finanziario inviato a giugno 2018. Oltre «all’impegno già assunto di sostenere i costi complessivi per la realizzazione del nuovo ponte sul Polcevera, stimato in 600 milioni di euro» anche la disponibilità a mettere a disposizione del Commissario Straordinario Marco Bucci un importo massimo di ulteriori 100 milioni per la copertura degli eventuali extra-costi di ricostruzione».

Troppo poco per il governo. Senza contare che nell’intesa sarebbe previsto in una seconda fase anche il cambio di controllo con i Benetton, tramite Atlantia, non più in maggioranza (ora Atlantia detiene l’88% di Autostrade, il 12% è in mano al veicolo Appia in cui figura Allianz e al fondo cinese Silk Road con i due membri in consiglio di amministrazione). Per la cessione della quota starebbe prendendo corpo l’ipotesi di un aumento di capitale da parte di Cassa Depositi e del fondo F2i in modo da diluire i Benetton senza dover avere l’imbarazzo di dover corrispondere un assegno cash per una società che attualmente vale tra i 10 e gli 11 miliardi, dicono fonti finanziarie coinvolte.

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