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Anniversario della strage di Bologna, chiedono la verità ma si tengono le menzogne

Vogliamo la verità”: come ogni 2 agosto anche quest’anno la richiesta verrà urlata dal palco sui cui si ricorderà la peggior strage della storia repubblicana, quella del 2 agosto 1980 alla stazione del capoluogo emiliano: di lì rimbalzerà in decine, centinaia di dichiarazioni stampa tutte d’ordinanza, in nessuna delle quali albergherà la pur minima intenzione di avvicinarsi alla smagliante “verità”.

In un Paese diverso, o forse in un’epoca diversa, quella richiesta verrebbe infatti sostanziata e declinata in modo ben diverso da come si è sempre fatto e si farà anche oggi. Da quel palco, in quelle dichiarazioni accorate e distratte, si direbbe per esempio qualcosa come: “Il principale esperto italiano di esplosivi, Danilo Coppe, ha chiarito che le perizie sull’esplosivo usato per la strage sono tutte sbagliate, tutte da rifare, e non è un particolare. Si parla dell’arma del delitto in un processo nel quale di prove vere non ce ne sono: come si fa a non ripensare tutto quando un elemento di tale importanza è stato sin qui fuorviante?”.

Chi volesse la verità non solo per modo di dire esclamerebbe senza nascondere l’indignazione: “Tra le vittime della strage ce n’è una ancora sconosciuta alla quale era stata sbrigativamente attribuita, contro ogni evidenza, l’identità di Maria Fresu. Ma ora sappiamo che non era affatto Maria Fresu e gli indizi ci dicono anche che doveva trovarsi molto vicina all’esplosivo, tanto da essere quasi polverizzata dall’esplosione“. Il principale esperto di genetica italiano, Emiliano Giardina, quello al quale era stata affidata la campagna di schedatura di massa dei dna nel caso di Yara Gambirasio, chiede di poter approfondire le analisi, sostiene che con la modica spesa di 800 euro avrebbe il 50% di probabilità di fornire dati preziosi su quella vittima ignota che probabilmente trasportava l’ordigno. Negare quell’approfondimento significa temere la verità, significa far quadrato intorno alla menzogna.

Dal palco l’oratore sventolerebbe quei 32 documenti su Ustica appena desecretati, alcuni dei quali certamente provenienti dall’archivio Giovannone, ma solo per chiedersi perché ne restano inaccessibili ancora 200 e passa e magari reclamerebbe anche spiegazioni sui criteri con i quali si decide cosa mantenere segreto e cosa mettere a disposizione della pubblica opinione.
Non sfuggirebbero ai cacciatori di verità nascoste alcuni paradossi tanto clamorosi da sembrare presi di peso da un film di Costa Gavras sull’arroganza del potere. Per esempio come sia possibile che un tribunale consideri prova regina in un processo una registrazione palesemente male interpretata e quando le forze dell’ordine ripuliscono il nastro, lo rendono intelligibile, dimostrano che dice cose tutte diverse da quel che si riteneva invece di ringraziare deferisca gli incauti in divisa: come si sono permessi di ripulire la registrazione? Chi glielo ha chiesto? Di che si impicciano?

Chi volesse davvero la verità come potrebbe restare imperturbato di fronte agli elementi rintracciati in archivio dalla storica e ricercatrice Giordana Terracina, pubblicati su questo giornale, che appurano in maniera incontrovertibile che il lodo Moro è esistito e getta ombre su alcune delle più sanguinose vicende italiane? Che c’entra con Bologna? La risposta potrebbe essere in quelle carte di Giovannone che parlano di un attentato organizzato a Beirut nella primavera del 1980, affidato a Carlos, appaltato dallo stesso Carlos a terroristi europei. Carte che tutti conoscono ma che non si possono adoperare perché sono secretate e a chi oggi invocherà la verità non interessa che vengano rese note, tanto che il tribunale di Bologna ha preferito non chiedere che fossero messe a disposizione.

Chi cerca la verità non ha certezze, va da sé. Ma non le ha in nessun senso. Tanto per dire: se viene fuori che proprio di fronte alla stazione, in un albergo, la notte prima della tragedia, c’erano ospiti che avevano fornito documenti falsi, e che quei documenti sembrano provenire da una partita adoperata proprio dall’organizzazione di Carlos, chi vuole la verità non ne deduce affatto automaticamente che quell’organizzazione è colpevole. Però neppure fa finta di niente, si volta dall’altra parte, ordina di non vedere, si scaglia contro chi non si adegua all’ordine.
O si può davvero credere che “cercare la verità” voglia dire attribuire ad alcuni defunti (Licio Gelli, Federico Umberto d’Amato, Umberto Ortolani), già indicati come responsabili di praticamente ogni crimine misterioso commesso in questo Paese senza bisogno di provare l’accusa, la responsabilità di aver organizzato la strage sulla base di un appunto insufficiente anche solo a chiedere il rinvio a giudizio, ove si parlasse di vivi e non di morti e dunque di un reale processo? O che significhi erigere dighe intorno a una “verità processuale” che faceva acqua da tutte le parti quando fu stabilita da una sentenza definitiva ma che da allora è stata proprio sommersa?

Il “Vogliamo la verità” che verrà ripetuto e amplificato oggi con la verità ha ben poco a che vedere. Figurerebbe invece benissimo tra i princìpi del Ingsoc, il “socialismo inglese”, codificati da George Orwell e suonerebbe come un raggelante: “La verità è menzogna. La menzogna è verità”.

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