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Fine terrena di un uomo straordinario che si consegna al mito dell’alpinismo. «Il Leopardo delle Nevi» se n’è andato in silenzio – viso con profonde rughe e mani nodose -, esalando l’ultimo di quei respiri che lo hanno reso unico. Lui era Ang Rita Sherpa, uno dei più grandi scalatori della storia.

Lo ha reso noto la sua famiglia, spiegando che il decesso è avvenuto lunedì, intorno alle 10, per cause naturali. Nella capitale del Nepal, Kathmandu; aveva da tempo seri problemi di salute. Lui, che era «due volte sherpa»; per provenienza etnica e per dedizione totale. La stessa che lo aveva portato a scalare l’Everest innumerevoli volte. Sfruttando solo la resistenza e il vigore giovanile dei propri polmoni incredibili.

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Nato nel 1948 nel piccolo villaggio di Yillajung, lo sherpa era diventato celebre per il record del maggior numero di ascensioni in vetta alla montagna più alta del mondo (8848 mt) senza ossigeno supplementare: ben dieci. Nel 2017, il Guinness World Records, gli aveva riconosciuto ufficialmente il primato, tutt’ora imbattuto. Una pazzesca escalation di ascese e imprese, completata in tredici anni (fino al 1996).

Un record che già da quasi venticinque dei suoi 72 anni lo aveva reso una leggenda dell’alpinismo mondiale. Mito discreto, lontano dai clamori e dai «ritorni» (anche economici) dei suoi colleghi. La sua «prima volta» senza ossigeno sul’Everest risaliva al 1983, dopo aver iniziato la carriera fra i «Giganti della Terra» sin da ragazzo, come portatore al seguito di una spedizione svizzera sul Dhaulagiri. Raccontava che in quell’occasione era stato ingaggiato come «facchino a bassa quota»; ma di essere poi stato costretto a trasportare attrezzature fino al campo più alto. Senza scarpe e strumenti adatti. Ma nella sua vita, non solo «Everest»: tra gli ottomila conquistati figurano anche il Kangchenjunga e il Makalu. La prima scalata di successo di Ang era stata sul Monte Cho Oyu, a poco più di vent’anni. Aveva poi continuato a scalare con successo dozzine di montagne tra cui il K2, il Lhotse, il Manaslu, l’Annapurna e il Dhaulagiri. Più volte senza ossigeno supplementare. Almeno diciotto scalate così: a «polmoni aperti», ansimando a ogni passo, con l’aria gelida a penetrarlo e una vetta negli occhi.

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Ang Rita Sherpa per i suoi successi straordinari, ai limiti delle possibilità umane, per la resistenza e l’agilità da tempo era noto come il «Leopardo delle nevi» («The Snow Leopard»). Nel 1987 era anche riuscito nell’impresa di effettuare senza ossigeno supplementare la prima scalata, invernale, della Grande Montagna. «Era reattivo proprio come i leopardi delle nevi sulle montagne; era unico», ha commentato Ang Teshring Sherpa, veterano del Nepal ed ex presidente della Nepal Mountaineering Association. Ma in queste ore scalatori di tutto il mondo si sono espressi con parole di grande cordoglio. Per un uomo che è stato anche fonte di ispirazione, grazie ai corsi di formazione in arrampicata da lui organizzati in Nepal. Per attingere dalle sue esperienze e abilità. Lasciato l’alpinismo per problemi di fegato (legati alla vita in quota) Ang aveva infatti costituito la propria agenzia di trekking, che negli ultimi anni era andata in gestione ai figli. Poi, nel 2017 lo Sherpa era stato ricoverato all’ospedale di Basbari per un’emorragia cerebrale. E l’ictus ne avrebbe gravemente compromesso la qualità della vita.

Con tre figli e una figlia, aveva generato una vera stirpe di alpinisti. Pagando il proprio tributo alla montagna: il maggiore, Karsang, che aveva già scalato l’Everest nove volte, era morto durante una spedizione nel 2012. La sua adorata moglie lo avrebbe seguito un anno dopo. Ang Rita ha vissuto gli ultimi anni della sua vita nella residenza di sua figlia a Jorpati. Ora il suo corpo sarà trasferito in un monastero a Kathmandu, per essere cremato secondo le usanze buddiste. «Ma i suoi successi saranno ricordati per sempre» ha detto il primo ministro del Nepal Khadga Prasad Sharma Oli.

22 settembre 2020 (modifica il 22 settembre 2020 | 15:50)

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