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Alaska, l'ulima frontiera americana verso l'Artico

Si può partire dal punto più a Nord, dalla città di Utqiagvik, per capire l’Alaska. Più che una città si tratta di un villaggio dove per trenta giorni all’anno, in pieno inverno, non c’è mai un minuto di luce. Solo questo ci dimostra che ci troviamo di fronte a uno territorio unico: lo Stato più esteso che è anche quello meno densamente popolato, forse l’unico dove avere un auto non basta per spostarsi, data la presenza del permafrost sotto le poche strade di terra battuta.

Dove gli effetti del cambiamento climatico si sentono da vicino, ma nel contempo non può fare a meno dell’estrazione del petrolio dal giacimento di Prudhoe, il più grande degli Stati Uniti. Da un così originale mix geografico, ne è nata una politica unica. Ovviamente per uno stato fondato nel 1959, con poche tradizioni di welfare state e con una memoria ancestrale che comincia con i cercatori d’oro del Klondike a inizio Novecento, il partito dominante è quello repubblicano, già presente prima del riconoscimento statuale in quello che allora era solo un territorio scarsamente popolato, con l’esclusione dei nativi, che ancora oggi costituiscono il 15% della popolazione.

L’Alaska e un’utilità tardiva

Oggi l’Alaska non incarna solo i tre voti elettorali delle elezioni presidenziali, ma è la porta con cui gli Stati Uniti d’America hanno accesso all’Artico e alle sue risorse naturali. Non solo: sin dalla Guerra Fredda è anche il punto in cui gli Stati Uniti sfiorano il territorio della Russia, che in quel periodo era la temibile Unione Sovietica. E pensare che quel territorio venne ceduto per 7 milioni e duecento mila dollari (pari a 144 milioni attuali) dall’impero zarista agli Stati Uniti nel 1867, durante la presidenza del dimenticabile Andrew Johnson, inadeguato successore del repubblicano Abraham Lincoln.

Una cifra irrisoria che però all’epoca sgravò San Pietroburgo da un grosso fastidio e per i primi quarant’anni non diede particolari vantaggi agli Stati Uniti che ancora non controllavano pienamente il proprio territorio. Nemmeno l’esercito giapponese, sbarcato nel territorio delle isole Aleutine nel 1942, ne trasse vantaggio per una potenziale invasione. Adesso però è uno Stato cruciale per le sue ingenti risorse energetiche e per la sua posizione fondamentale per contenere la presenza russa nell’Artico.

Adesso è uno Stato che ha grandi bisogni di rinnovo infrastrutturale, dato che la rete autostradale è ridotta ai minimi, con soli 1700 km di autostrade e un gran bisogno soprattutto di consolidare i ponti, sia autostradali che ferroviari. Anche le rotaie in realtà sono poca cosa, soltanto 756 km di cui 280 sono dedicati a una linea panoramica che viene usata per scopi turistici. Quindi, non troppo sorprendentemente, hanno ricevuto una bella fetta di finanziamento federale, grazie anche al voto dei due senatori repubblicani Lisa Murkowski e Dan Sullivan alla legge sulle Infrastrutture approvata lo scorso anno: 3,5 miliardi di finanziamento federale per mantenere e costruire nuove autostrade. Un finanziamento minore, ma non meno rilevante, è quello che riguarda le vie d’acqua: 180 milioni di dollari sono stati garantiti per garantire un sistema di trasporto via nave alle comunità native che vivono in territori non raggiunti dalle strade. Anche 73 milioni vengono dedicati all’acquisto di nuovi traghetti e alla costruzione di nuovi terminal. Per ridurre al minimo le difficoltà di muoversi in quello che viene definito lo stato dell’”Ultima Frontiera”.

L’unicità del The Last Frontier State

L’Alaska però è anche un laboratorio politico interessante, dopo decenni di dominio repubblicano d’establishment. Per quasi cinquant’anni è stato il collegio (sì, tutto lo stato elegge solo un deputato al Congresso di Washington) di Don Young, decano della Camera dei rappresentanti, così come per 36 anni ha garantito la rielezione a Ted Stevens, altra istituzione vivente del Senato. All’inizio degli anni 2000 lo stato ha fatto nascere la stella politica di Sarah Palin, incredibilmente ascesa prima alla carica di governatrice e poi candidata alla vicepresidenza con John McCain nel 2008: per una parte della destra del partito repubblicano, che allora si riconosceva nel movimento del Tea Party, era lei la guerriera che stavano cercando. La grande combattente delle guerre culturali contro il dominio che i progressisti esercitavano nei media e nella cultura. Risultato: l’abbiamo ritrovata negli scorsi anni a cantare travestita da orso in un talent televisivo ed è finita agli onori delle cronache per essersi fatta multare in un ristorante di New York durante le restrizioni pandemiche.

Quest’estate è tornata in politica per sfidare una democratica molto particolare, la giudice Mary Peltola, restia a sposare gli eccessi dei progressisti di Washington e ansiosa invece di conciliare le opposte esigenze della difesa dell’ambiente con la salvaguardia dei posti di lavoro. Dato che l’Alaska ha votato democratico alle presidenziali solo una volta e alla Camera lo ha fatto l’ultima volta nel 1970, sembrava una passeggiata per Palin, dato che il suo brand di guerriera culturale, poco interessata alle proposte concrete, sembrava le potesse garantire una vittoria facile. A sorpresa invece è prevalsa Peltola. E anche i due senatori repubblicani, Murkowski e Sullivan, sono molto moderati e disposti a collaborare con la presidenza di Joe Biden. 

In conclusione, in uno stato dove l’ambiente e il clima giocano una parte così importante, c’è bisogno di soluzioni di compromesso che spezzino il soffocante bipolarismo muscolare della politica americana. E l’Alaska produce questo strano brand di centrismo che può essere indossato indifferentemente dai democratici o dai repubblicani: l’importante è che si difendano gli interessi economici dello Stato e si evitino catastrofi ambientali. Compiti per cui le ideologie e i preconcetti servono a poco.

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