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Addio 17+1. Ora Pechino prova a spaccare l’Ue con Parigi e Berlino

Dopo la Lituania, anche Estonia ed Lettonia abbandonano il formato di cooperazione dell’Est Europa con la Cina. Un segnale importante politicamente, ma ormai Xi punta sul dialogo diretto con Francia e Germania ignorando Bruxelles

Anche Estonia e Lettonia hanno abbandonato il formato di cooperazione della Cina con i Paesi dell’Europa centro-orientale. Nelle note diffuse dalla due diplomazie (qui quella estone, qui quella lettone) si sottolinea la volontà di impegnare a rafforzare le relazioni tra Unione europea e Cina.

Il primo Paese a lasciare il formato, allora 17+1 e oggi 14+1, è stata la Lituania alcuni mesi fa. Commentando la decisione di Estonia e Lettonia, Gabrielius Landsbergis, ministro degli Esteri lituano, ha sostenuto che il quadro di cooperazione “era già ridondante e divisivo molto prima dell’uscita lituana”. Poi ha aggiunto, in linea con i colleghi, che il 14+1 dovrebbe essere sostituito da un formato EU27+1.

Noah Barkin, esperto del Rhodium Group e del German Marshall Fund, ha evidenziato un elemento di novità. “Finora il messaggio era che nessuno dei due Paesi avesse interesse ad annunciare un’uscita formale, anche se non partecipavano più alle riunioni del 16+1. Forse la reazione della Cina alla visita di [Nancy] Pelosi”, speaker della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, a Taiwan “li ha spinti oltre il limite”.

Secondo Hosuk Lee-Makiyama, direttore dello European Centre For International Political Economy, anche a Pechino potrebbero essere d’accordo sull’inefficienza dello schema che la stessa Cina aveva costruito, come raccontato su Formiche.net, per proiettare influenza nell’area di contatto con la regione eurasiatica e per incunearsi all’interno dell’Unione europea attraverso clientes amici e contemporaneamente facilitare le infrastrutture (geo)politiche della Via della Seta. “La Cina ha rapidamente perso interesse” verso il formato di cooperazione “quando ha capito che Germania e Francia non prestavano attenzione alle opinioni dei Paesi dell’Europa orientale”, ha spiegato Lee-Makiyama. Inoltre “ha declassato le sue relazioni con Bruxelles e ha stabilito una (de facto) EU2+1, solo Francia/Germania”.

La migliore dimostrazione di questo cambiamento è rappresentata dall’Accordo sugli investimenti firmato dalla Commissione europea e dalla Cina alla fine del 2020, prima dell’insediamento di Joe Biden come presidente degli Stati Uniti, grazie alla spinta dell’allora cancelliera tedesca Angela Merkel e del presidente francese Emmanuel Macron. Ora l’intesa è congelata dopo le critiche del Parlamento europeo.

Il formato EU2+1 potrebbe rappresentare la piattaforma principale anche alla luce delle tensioni tra Unione europea e Cina in merito alla questione Lituania-Taiwan e alla luce dell’invasione russa dell’Ucraina. Infatti, il vertice virtuale di aprile aveva confermato che “lo spazio per il dialogo si sta restringendo”, aveva commentato Francesca Ghiretti, analista del centro studi tedesco Merics, a Formiche.net, sottolineando come nonostante tutte le parti vogliano ancora dialogare. “Finalmente l’Unione europea sembra capire che non è soltanto l’Unione europea a essere economicamente dipendente dalla Cina, ma anche la Cina dall’Unione europea”, aveva spiegato ancora. “Quindi, usa questa dipendenza per cercare di convincere la Cina a non aiutare la Russia. Ma è evidente che sia così perché l’Unione europea è sostenuta dagli Stati Uniti nel fare questo. Se ci sono minacce e costi economici in ballo, è necessario muoversi insieme non soltanto per credibilità ma perché l’Unione europea da sola non lo farebbe. Almeno, non ancora”, aveva concluso.

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