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Acqua razionata, sovraffollamento e un suicidio ogni 5 giorni: viaggio nel disastro del pianeta carceri

Nelle carceri non si sta “al fresco”, come da luogo comune quando una persona viene sbattuta dietro le sbarre. Anzi, i penitenziari italiani sono sempre più vicini ad un inferno climatico, una sorta di fardello supplementare per chi sta già scontando la sua pena con la giustizia, magari in celle sovraffollate.

È questo il quadro che emerge dal rapporto di metà anno dell’Associazione Antigone, che da anni si occupa di monitorare i diritti delle persone private della libertà nelle 197 carceri italiane.

Istituti in cui mancano i frigoriferi, i ventilatori e in casi estremi anche l’acqua, come a Santa Maria Capua Vetere, il carcere casertano finito sulle prime pagine per la mattanza compiuta dalla penitenziaria contro i detenuti: lì non c’è alcun collegamento con la rete idrica comunale, così per ‘sopravvivenza’ agli ospiti vengono forniti 4 litri di acqua potabile al giorno, prelavata da pozzi artesiani.

Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, illustrando il rapporto ha sottolineato che dalle osservazioni dell’associazione “è emerso che sono troppi i luoghi dove non si respira, si vive male. Sono condizioni durissime di vita per i detenuti e per coloro che lavorano all’interno delle carceri”. Dalle visite effettuate da Antigone è emerso infatti che in quasi un terzo degli istituti non sono garantiti i 3 metri quadri di spazio calpestabile per persona, nel 58% delle celle non c’è la doccia (anche se sono previste da regolamento dal 2005), e nel 44,4% degli istituti ci sono celle con schermature alle finestre che impediscono il passaggio d’aria. Quanto ai ventilatori, il cui acquisto è stato autorizzato da una recente circolare del Dap, nelle carceri ve ne sono ancora pochissimi.

L’affollamento

Il sovraffollamento delle carceri resta un problema ormai storico per il Paese. Stando agli ultimi dati aggiornata al 30 giugno 2022 dal Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria, sono 54.841 le persone detenute negli istituti di pena, a fronte di una capienza regolamentare di 50.900 posti, con un tasso di affollamento ufficiale del 107,7%.

Per Antigone questi numeri però non sono veritieri perché sul territorio nazionale ci sono al momento 3.665 posti non disponibili negli istituti di reclusione: la capienza effettiva dunque scende a 47.235 posti e il sovraffollamento effettivo sale al 112%.

Ci sono poi alcuni casi limite, i 25 istituti dove il sovraffollamento reale è superiore al 150%, con picchi di oltre il 190%. Tra quelli più critici, segnalati dall’associazione, gli istituti di Latina con un tasso di affollamento reale del 194,5%; Milano San Vittore, che con 255 posti non disponibili ha un tasso di affollamento del 190,1%; Busto Arsizio al 174,7%. A livello regionale il tasso più alto si riscontra in Lombardia (148,9%), che è anche la regione con più detenuti, 7.962, seguita da Campania (6.726), Sicilia (5.955), Lazio (5.667) e Piemonte (4.015).

Il record di suicidi

L’altra grande emergenza segnalata in questi primi sei mesi del 2022 è quella dei suicidi. Sono 38 i detenuti che da inizio anno si sono tolti la vita dietro le sbarre, uno ogni cinque giorni. Di questi 18 erano di origine straniera, due le donne, mentre 14 persone avevano tra i venti e i trent’anni.

Guardando al passato, il dossier “morire di carcere”, curato da Ristretti Orizzonti, racconta come da dieci anni a questa parte i suicidi avvenuti tra il mese di gennaio e quello di giugno siano stati un minimo di 19 e un massimo di 27. Solo nel 2010 e nel 2011 tale numero si avvicinava a quello di oggi, rispettivamente con 33 e 34 suicidi. Anni in cui però il sovraffollamento aveva raggiunto picchi ancora più alti rispetto a quelli odierni: i detenuti oggi sono in numero assai minore, eppure i disagi e i suicidi continuano.

La soluzione

Una soluzione per risolvere almeno parzialmente i problemi all’interno delle carceri ci sarebbe, ma servirebbe anche una volontà politica difficile da trovare in Parlamento. Il ‘jolly’ sarebbe quello di concedere agli oltre 6mila detenuti con un residuo di pena inferiore ai tre anni di accedere a misure alternative, intraprendere cioè percorsi di esecuzione penale esterna.

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