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Aborto con pillola Ru486, l’attacco di Avvenire: nuove linee guida incostituzionali

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Le nuove linee guida sull’aborto farmacologico che hanno annullato l’obbligo di ricovero per l’assunzione della pillola Ru486, secondo il quotidiano Avvenire, violano la Costituzione. Il giornale della Conferenza episcopale lo scrive in prima pagina nell’edizione di oggi (domenica 23). Dal momento che «la rete consultoriale nasce con la finalità esattamente opposta: fornire un’alternativa alle donne che pensano di trovarsi costrette dalle circostanze più varie a spegnere in grembo la vita del proprio bimbo», scrive Avvenire, coinvolgere i consultori familiari nella pratica abortiva altera la disciplina in vigore «con una semplice circolare – come fanno le nuove linee guida del Ministero della Salute che disciplinano il ricorso alla pillola abortiva -, e non attraverso una modifica parlamentare della legge vigente». E ciò «darebbe vita a una violazione della Costituzione».

Il ruolo dei consultori

In un’analisi dal titolo «Consultori e donne, la legge parla chiaro», il quotidiano dei vescovi sottolinea oggi che «continua a suscitare perplessità la decisione ministeriale di coinvolgere i consultori familiari nella pratica abortiva». «La rete consultoriale nasce con la finalità esattamente opposta: fornire un’alternativa alle donne che pensano di trovarsi costrette dalle circostanze più varie a spegnere in grembo la vita del proprio bimbo – spiega infatti -. È quanto emerge dalla legge 405 del 1975, che ha istituito i consultori». Secondo Avvenire, «la sua prospettiva risulta ben chiara fin dall’articolo 1, che tra gli scopi di queste strutture indica `la tutela della salute della donna e del prodotto del concepimento´». «Attenzione – prosegue il giornale della Cei -: in tutti gli 8 articoli di cui si compone il testo l’interruzione di gravidanza non è mai prevista: si parla solo di contraccezione». «È vero – continua -: la prima legge che ha consentito, in un numero di casi (almeno formalmente) ristretto, l’interruzione volontaria della gravidanza è la 194 del 1978, varata dunque 3 anni dopo quella che ha istituito i consultori. Ma è altrettanto innegabile come anche questa seconda norma non abbia inteso chiedere la collaborazione di queste strutture per la soppressione del bimbo nel ventre della gestante. Anzi». «I consultori familiari – si legge all’articolo 2 – assistono la donna in stato di gravidanza (…) contribuendo a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza».

«Serviva una legge»

«Proprio per raggiungere questo fine – spiega ancora Avvenire – la norma dispone che le stesse strutture `possono avvalersi (…) della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la nascita´». «L’obiettivo pratico sembra ben chiaro – aggiunge -: dal momento che le risorse economiche, anche allora, non bastavano a rimuovere i problemi in cui versavano e versano le gestanti, si dava e si dà la possibilità che i consultori si avvalgano della grande rete del volontariato, come quello grande e generoso che anima i Centri di aiuto alla vita». «A fugare ogni dubbio circa le finalità di queste strutture – scrive ancora il quotidiano cattolico -, l’articolo 5 della stessa legge 194/78 dispone che esse, quando si trovano innanzi una donna che chiede l’interruzione volontaria della gravidanza, `hanno il compito in ogni caso (…) di esaminare con la donna e con il padre del concepito, ove la donna lo consenta (…) di aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero all’interruzione di gravidanza´». Allo stesso modo, «qualora la donna si rivolgesse al proprio medico, questo dovrebbe informarla Avvenire, «la legge vietava e vieta al consultorio di fare da sé: l’aborto, infatti, può essere effettuato solo da una (diversa) struttura autorizzata. Alterare questa disciplina con una semplice circolare – come fanno le nuove linee guida del Ministero della Salute che disciplinano il ricorso alla pillola abortiva -, e non attraverso una modifica parlamentare della legge vigente, darebbe vita a una violazione della Costituzione».

23 agosto 2020 (modifica il 23 agosto 2020 | 11:32)

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