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5 Stelle, processo a Rousseau: i big compatti avvertono Casaleggio

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ROMA Grande è la confusione sotto il cielo del Movimento, con il firmamento delle cinque stelle offuscate dai nuvoloni di una tempesta incombente. Come spiega un parlamentare: «Se Davide non fa un passo indietro, sarà il caos». Davide, naturalmente, è Casaleggio, il figlio del fondatore che nel tempo è subentrato in un ruolo non troppo definito ( Di Maio lo definì un semplice «tecnico informatico») e che attualmente è il presidente dell’associazione Rousseau (quella che gestisce la piattaforma dei voti online), nonché fondatore dell’associazione Movimento 5 Stelle, nata nel 2017, insieme a Luigi Di Maio (Beppe Grillo ne è il garante assoluto). Le voci che chiedono una ridefinizione dei poteri di Casaleggio sono sempre più forti. Se Vito Crimi lo difende, definendolo un pilastro e dunque inamovibile, Di Maio spiega al Fatto che «Rousseau deve cambiare in base alle esigenze del Movimento».

La donazione

Giuseppe Brescia, in un’intervista al Corriere, si è espresso con nettezza: «Casaleggio deve cedere con una donazione al Movimento il simbolo, la piattaforma e la lista degli iscritti». Molti altri sono sulla sua linea. Dalila Nesci, che guida l’area «Parole Guerriere», concorda e chiede la fine del vecchio movimento insieme liquido e verticistico. La novità è che quelle che sembravano voci isolate,di minoranze auto referenziali, ora sembrano aver fatto breccia anche ai piani alti. Sulla linea di una ridefinizione dei poteri c’è Di Maio, ma ci sono anche esponenti come Stefano Patuanelli, Roberto Fico e Paola Taverna e molti altri. Il problema è che la questione si mischia con l’identità del Movimento, che molti vogliono trasformato in partito.

Scatole cinesi

I ruoli di Casaleggio e di Grillo sono intrecciati in un sistema che ricorda quello delle scatole cinesi, un viluppo di lacci e lacciuoli complicati da identificare e da sciogliere. Il simbolo, per esempio. Si fa presto a dire «Casaleggio restituisca il simbolo». Si fa presto, ma si dice anche male, a sentire il legale storico del Movimento, Andrea Ciannavei. Il quale spiega al Corriere che il simbolo originario appartiene a Beppe Grillo, il quale l’aveva donato a un’altra piccola associazione di Genova di cui fa parte lui stesso. Ma aggiunge che il simbolo attualmente usato appartiene all’associazione fondata nel 2017 da Casaleggio e Di Maio. Dunque è nella loro disponibilità? No, sostiene l’avvocato, perché i due sono solo soggetti costituenti e hanno gli stessi diritti degli altri 170 mila soci. Vero, però — come si evince dalla nota integrativa al rendiconto 2017 della vecchia Associazione M5S — che il simbolo è stato dato in uso gratuito all’associazione Rousseau. E chi è presidente della Rousseau? Casaleggio. Salvo che il Movimento, all’epoca, spiegò che Rousseau ha in uso un simbolo diverso, che serve solo per «vendere gadget».

Le liste e l’assemblea

Non proprio un esempio di chiarezza cristallina. Anzi, un pasticcio difficilmente risolvibile senza un atto di generosità da parte del figlio del fondatore. E senza un accordo con Grillo e Di Maio, che rappresentano i veri king maker. Lo stesso dicasi per la piattaforma, che appartiene a Rousseau, quindi a Casaleggio. Se decidesse di non donarla, la controproposta è quella di mettere in piedi una nuova piattaforma, con tutte le difficoltà immaginabili. Quanto alle liste degli iscritti, come spiega il legale, sono iscritti al Movimento ma anche a Rousseau, quindi è normale che le conosca anche Casaleggio.

Fatto sta la tensione è al massimo. Si teme che Casaleggio voglia fare un blitz il 4 ottobre, nel giorno delle Olimpiadi delle Idee, per lanciare un voto per la leadership. Crimi in assemblea ha rassicurato, ma ci credono in pochi. E intanto si attendono a brevissimo i 4-5 componenti del gruppo che aiuterà il capo politico nello sciogliere il nodo degli Stati Generali. Con Beppe Grillo e Alessandro Di Battista che, per ora, stanno a guardare.

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23 agosto 2020 (modifica il 25 agosto 2020 | 14:39)

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