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1926-2022: un secolo di storia britannica e mondiale

La regina Elisabetta II è morta, a 96 anni, nel castello di Balmoral. Ascesa al trono nel 1952, il suo è stato il regno più lungo: 70 anni. Due date servono, più di tante altre, a comprendere il significato di questo immenso lasso di tempo: il primo premier con cui ha regnato fu Winston Churchill, nato nel 1874. L’ultima premier che ha nominato è Liz Truss, nata nel 1975. In mezzo c’è un secolo di storia britannica.

Da Impero a guida morale e politica

Elisabetta II è nata nel 1926, quando l’Impero Britannico aveva raggiunto la sua massima espansione territoriale. Era veramente l’impero su cui non tramontava mai il sole, si estendeva dalle isole del Pacifico al Mar dei Caraibi, dal Mare del Nord al Sud Africa, comprendeva l’India con il suo mezzo miliardo di abitanti (di allora) e l’Egitto, un terzo dell’Africa sub-sahariana e tutto il Medio Oriente, l’Australia, la Nuova Zelanda e il Canada.

Un territorio sterminato, difeso nei sette mari da quella che era la più potente e moderna flotta del mondo, rimasta pressoché senza rivali dopo la sconfitta della Germania imperiale nel 1918.

Il Regno Unito in cui Elisabetta II muore, nel 2022, è una nazione insulare, con 67 milioni di abitanti, qualche possedimento oltremare (talvolta difeso con le armi da vicini predatori: le Falkland nel 1982), il rischio concreto di perdere anche la Scozia, un contenzioso aperto con l’Unione europea, condominio di nazioni da cui è appena uscita.

Ultimo sfregio, in ordine di tempo: Hong Kong assorbita e schiacciata dalla Cina, nel 2019, contro i patti che erano seguiti alla sua restituzione nel 1997.

Uno storico del futuro, riterrebbe, guardando le mappe (con lo stesso distacco con cui osserveremmo quelle dell’Impero Romano dal III al V Secolo) che Elisabetta II è stata la regina della decadenza e del crollo dell’Impero. Vista da contemporanei, però, Elisabetta II è la regina che ha saputo presidiare il cambiamento di ruolo del Regno Unito nel mondo, da impero mondiale a guida morale e politica dell’Occidente contemporaneo.

L’impero era ormai perduto, quando ascese al trono, dopo la morte prematura di Giorgio VI. La Seconda Guerra Mondiale era stata vinta, ma al tempo stesso aveva prosciugato tutte le risorse di Londra. India, Birmania, Sud Africa, Medio Oriente erano persi, Australia, Nuova Zelanda, Canada erano ormai sulle loro gambe.

Elisabetta assistette all’ultimo guizzo imperiale: il tentativo di riconquistare il canale di Suez, a seguito dell’illecita nazionalizzazione ordinata dal regime egiziano di Nasser. Nel 1956 i soldati di Sua Maestà, alleati con francesi e israeliani, riaffermarono il possesso su quella via d’acqua strategica, ma gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, i nuovi padroni del mondo, in un caso raro di unanimismo, imposero il ritiro.

L’impero nell’Africa sub-sahariana venne poi liquidato, senza troppe cerimonie, fra il 1960 e il 1965. Fu infine la volta dello Yemen e di Cipro, abbandonate nel decennio successivo a destini diversi e sempre drammatici.

L’Impero non esisteva più nella cultura politica del Dopoguerra, non c’era modo di farlo resuscitare. Solo la sua trasformazione in una “comunità” (Commonwealth) era possibile. La regina ha regnato fino ad ora su realtà lontanissime. Oggi piangono la sua morte anche la Nuova Zelanda, l’Australia e il Canada.

La “relazione speciale” con gli Usa e la difesa dell’Occidente

Quel che invece la regina ha costruito (tenendo sempre ben presente che ha regnato, ma non governato) è stata la “relazione speciale” fra Regno Unito e Stati Uniti, fra la casa madre dell’Anglosfera e la sua ex colonia di successo. Elisabetta II ha incontrato e dialogato con tutti i presidenti americani in carica nel secondo Dopoguerra: Truman, Eisenhower, Kennedy, Johnson, Nixon, Ford, Carter, Reagan, Bush padre, Clinton, Bush figlio, Obama, Trump, Biden.

È con loro che, dopo la crisi di Suez, Londra ha lavorato in tandem, con straordinaria continuità, a prescindere che al governo vi fossero conservatori o laburisti.  In questo rapporto, il Regno Unito, potenza nucleare di primo piano in Europa, è stato tutt’altro che “vassallo”: la mente strategica era inglese, il braccio e la cassaforte americani.

La difesa dell’Occidente e dei suoi valori si deve soprattutto a questa “relazione speciale” delle due potenze anglosassoni.

Immune alle sirene del comunismo

Testimone del Novecento, la regina Elisabetta, appena compiuti i 18 anni, diede il suo personale contributo nella Seconda Guerra Mondiale. Dopo che la famiglia reale aveva deciso, coraggiosamente, di rimanere nel Paese, anche nei mesi più bui del 1940, nel 1945 la futura sovrana si offrì volontaria come meccanico nel Servizio ausiliario territoriale, con il grado di sottotenente.

Dopo la sconfitta dei nazisti, il nuovo nemico fu da subito il blocco sovietico. Contrariamente ad altre nazioni europee, il Regno Unito, in tutto il corso della Guerra Fredda, rimase completamente immune alle sirene ideologiche del comunismo.

Anche nei suoi periodi più massimalisti, il Partito Laburista fu sempre indipendente da Mosca. È innegabile il ruolo determinante della monarchia nel tenere il Regno Unito saldamente nel mondo libero, senza tentennamenti.

La famiglia reale

Negli anni Novanta, finita anche la Guerra Fredda, Elisabetta II dovette, piuttosto, fare il possibile per salvare la reputazione della famiglia reale, nonostante alcuni parenti abbiano fatto di tutto per rovinarla. Ci si misero un po’ tutti, a partire dal figlio Carlo e dal suo matrimonio, infelice, con Diana, concluso con un clamoroso divorzio.

Ci si mise Diana stessa, icona pop amata dal popolo, ma non molto dalla corte, a causa delle sue relazioni amorose, soprattutto dopo il divorzio con Carlo.

Il punto più basso della popolarità di Elisabetta fu proprio la morte di Diana, per un incidente a Parigi su cui tuttora speculano in troppi. Fu la freddezza iniziale della regina, alla notizia della sua dipartita, che spinse la maggioranza degli inglesi a chiedere la repubblica (stando ai sondaggi) per la prima volta dai tempi di Cromwell.

Come un pompiere, la regina corse da un palazzo all’altro a spegnere incendi: il tradimento e il divorzio della duchessa di York dal principe Andrea, poi, un trentennio dopo, lo stesso Andrea coinvolto in un brutto scandalo di sesso con minorenni. Infine anche la borghese e americana Meghan, moglie del nipote Harry, che nelle sue interviste ha lanciato schizzi di fango “woke” contro una corte giudicata “razzista” con gli occhi dell’antirazzismo militante.

E però la monarchia è ancora in piedi, anche nell’era dei social e dei pettegolezzi a mezzo stampa diffusi in tutto il mondo in tempo reale. Merito soprattutto di Elisabetta, ultima a regnare sull’Impero su cui non tramonta il sole. Dopo di lei il diluvio?

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